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Starnutire in Primavera: consigli alimentari per tenere sotto controllo le allergie.

L’arrivo della primavera viene da molti festeggiato come il periodo dell’anno più gradevole sul piano climatico e per la ricchezza dei profumi e dei colori che contraddistinguono la natura in questa stagione tuttavia per alcune persone la primavera è sinonimo di malessere e sofferenza… mi riferisco alle persone che sono ipersensibili (allergiche) ai pollini.

La fioritura delle piante e la conseguente liberazione dei pollini (granuli di piccole dimensioni da i 20 e i 200 micron di diametro) può causare reazioni allergiche che, nella maggior parte dei casi, sono lievi ma per molti possono essere tanto fastidiose da compromettere le attività quotidiane, limitare la libertà di stare all’aria aperta e ridurre in generale il benessere percepito.

Essere allergici significa reagire in modo sproporzionato all’inalazione, all’ingestione o al contatto con alcune sostanze (antigeni) che provocano un’attivazione del sistema immunitario, mediata da anticorpi (IgE), innescando una cascata di eventi che si possono manifestare con:

1) Orticaria: prurito diffuso o localizzato, con rossore e ispessimento della pelle (pomfi).

2) Edema: spesso accompagna l’orticaria, si localizza alle palpebre o alle labbra e può coinvolgere anche il resto del viso, il collo, le mani o i piedi.

3) Rinite e congiuntivite: Starnuti, rinorrea, lacrimazione e bruciore agli occhi.

4) Sindrome orale allergica: prurito, formicolio e gonfiore alle labbra, palato o lingua.

5) Asma bronchiale: dispnea, tosse stizzosa, sibili respiratori (specialmente in espirazione), senso di peso e oppressione al petto.

6) Edema della glottide: esordisce col prurito alla gola seguito dalla difficoltà a deglutire, cambia il tono della voce e diventa difficile respirare.

7) Disturbi gastrointestinale: diarrea, nausea e vomito.

8 )  Shock anafilattico: vertigini, ipotensione arteriosa, svenimento, perdita di coscienza.

Questi sintomi dal più lieve al più grave si manifestano solitamente dopo pochissimo tempo (da pochi istanti a un’ora) dall’esposizione alla sostanza allergizzante.

I meccanismi che sono alla base di queste reazioni allergiche possono essere attivati anche per l’esposizione ad altre sostanze che hanno un’affinità coi pollini dal punto di vista molecolare e che possono scatenare reazioni simili in un meccanismo denominato “cross-reazione”. Chi è affetto da una determinata allergia ad un tipo di polline o agli acari può reagire e manifestare sintomi da allergia anche dopo l’esposizione ad alcuni alimenti o, in alternativa, diventare più sensibile nei confronti di una determinato allergene per la stimolazione concomitante esercitata da determinati cibi. Dall’altro lato evitare le sostanze che possono cross-reagire con gli anticorpi responsabili dell’allergia significa ridurre il livello di “allerta” del sistema immunitario con conseguenti benefici dal punto di vista sintomatologico.

Vediamo nel dettaglio quali sono gli alimenti che andrebbero evitati in relazione all’allergia ai vari tipi di pollini

Allergia alle Graminacee

Andrebbero evitati i seguenti alimenti: Melone, anguria, arancia e agrumi in generale, kiwi, pesca, albicocca, ciliegia, prugna, mela, arachidi, mandorla, pomodoro, patata, melanzana.

Allergia all’Artemisia

Andrebbero evitati i seguenti alimenti: Banana, anguria, melone, zucca, sedano

Allergia alle Composite

Andrebbero evitati i seguenti alimenti: Camomilla, cicoria, tarassaco, prezzemolo, finocchio, sedano, carota, melone, anguria, zucca, mela, banana, cumino, coriandolo e anice

Allergia alla Parietaria

Andrebbero evitati i seguenti alimenti: Basilico, piselli, more di gelso, ortica, melone e ciliegia

Allergia all’Olivo

Andrebbero evitati i seguenti alimenti: Olive

Allergia alla Betulla

Andrebbero evitati i seguenti alimenti: Mela, pesca, albicocca, nespola, lampone, fragola, ciliegia, banana, anice, nocciole, mandorle, arachidi, pistacchio, carota, patata, finocchio e sedano

Allergia al Nocciolo

Andrebbero evitati i seguenti alimenti: Nocciole

Allergia all’Ambrosia

Andrebbero evitati i seguenti alimenti: Banana, anguria, melone, camomilla, zucca e sedano

Allergia agli acari della polvere

Andrebbero evitati i seguenti alimenti: Lumache di terra e mare, crostacei e mitili

Bisogna in ogni caso considerare che non necessariamente tutti gli alimenti elencati innescano una reazione allergica crociata che in genere si manifesta solo per 1 o al massimo 2 alimenti e la sensibilità è altamente soggettiva. Una volta individuato l’alimento responsabile della reazione allergica sarà opportuno eliminarlo dalla propria dieta durante il periodo in cui è presente nell’aria il polline che cross-reagisce con l’alimento. Risulta quindi importante, per i soggetti allergici, conoscere i periodi dell’anno di pollinazione delle varie tipologie di pianta che riassumo nelle prossime righe. Tra Febbraio e Marzo i primi pollini che si riversano nell’aria sono quelli del Nocciolo, della Betulla e del Cipresso. I primi guai cominciano però nel mese successivo quando in Aprile iniziano a fiorire le Graminacee seguite a distanza di poco tempo dalle Parietarie che continuano la loro produzione per i mesi estivi (Giugno e Luglio) durante i quali si farà sentire anche l’Olivo. Ad Agosto alle parietarie e alle graminacee, in progressivo calo, si affiancano l’Artemisia e l’Ambrosia che poi proseguiranno la loro produzione fino ad Ottobre. Per quanto riguarda infine gli acari della polvere questi non rispondono ad alcuna stagionalità ma dipendono da molti altri fattori legati all’ambiente domestico, scolastico, di lavoro e ludico.

La terapia deve essere orientata ad evitare gli stimoli allergizzanti sia nei confronti dei pollini (evitando nei mesi di fioritura di uscire di casa i giorni ventosi e/o utilizzando una mascherina per respirare) che nei confronti di quegli alimenti che si sono dimostrati capaci di cross reagire. Gli ambienti in cui si soggiorna devono essere puliti (sia per la polvere che per i pollini che possono essere entrati da finestre e porte) con strumenti opportuni, come gli aspirapolvere col filtro HEPA capaci di bloccare pollini e acari, e opportunamente umidificati (specialmente se il riscaldamento della vostra casa tende a rendere l’aria secca) sopratutto durante la notte.

Dal punto di vista farmacologico infine possono venirci in aiuto gli antistaminici che contrastando l’effetto dell’istamina (che è il mediatore dell’infiammazione) riducono i sintomi e alleviano i fastidi.

Sperando come sempre di avervi dato utili consigli auguro a tutti una buona dieta.

Dott. Pablo Belfiori

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Dott. Pablo Belfiori

La sindrome metabolica: facciamo chiarezza

La sindrome metabolica è una condizione clinica caratterizzata dalla presenza non di una patologia specifica ma piuttosto di una serie di fattori che possono predisporre l’individuo alla comparsa di diabete e allo sviluppo di alcune importanti patologie cardiovascolari.

La diffusione della sindrome metabolica è molto importante tanto da coinvolgere, solo in Italia, ben quattordici milioni di persone, in maggioranza uomini e donne ultracinquantenni anche se la fascia d’età più colpita è quella che va dai 65 ai 74 anni.

La diagnosi di Sindrome Metabolica (SM) si basa sulla con-presenza di almeno 3 dei seguenti fattori di rischio:

1) Eccesso di adipe a livello addominale (grasso viscerale) con circonferenza addominale maggiore di 102 cm per l’uomo e 88 cm per la donna

2) Pressione arteriosa elevata: 135/85 mmHg

3) Glicemia elevata: a digiuno superiore a 110 mm/dl

4) Ipertrigliceridemia: superiori a 150 mg/dl

5) Colesterolo HDL basso: inferiore a 40 mg/dl nell’uomo e a 50 mg/dl nelle donne

Tutti questi fattori di rischio presi singolarmente hanno un’importanza relativa infatti:

  • avere la pressione 135/85 mmHg non è sufficiente per definire “iperteso” un paziente (la diagnosi viene fatta con valori di pressione superiori a 140/90 mmHg)

  • avere la glicemia a 110 mg/dl non è di per se sufficiente a fare diagnosi di diabete (il limite inferiore per la diagnosi è 126 mg/dl)

  • si parla di ipertrigliceridemia quando i valori superano i 200 mg/dl (quindi 150 md/dl non è di per se un dato pericoloso)

  • il colesterolo HDL preso singolarmente non ha grande importanza ma può assumerlo solo se messo in correlazione col colesterolo totale.

Per quanto riguarda invece la circonferenza addominale questa, anche singolarmente, ha la sua importanza e ci può permettere di inquadrare un soggetto come in sovrappeso o comunque con un rischio cardiovascolare aumentato. La ragione della pericolosità intrinseca al grasso viscerale risiede nel fatto che l’adipe viscerale non è inerte ma bensì è un tessuto metabolicamente molto attivo capace di produrre sostanze che inducono infiammazione e ormoni che a loro volta possono produrre insulino-resistenza, diabete, ipertensione e ipertrigliceridemia.

Il fattore di rischio più importante in assoluto è proprio quello relativo al “girovita” che da un lato, più di tutti gli altri, ci espone al rischio cardiovascolare ma dall’altro lato può essere affrontato senza utilizzare farmaci in modo naturale attraverso una dieta ipocalorica e una adeguata attività fisica.

In relazione all’attività fisica bisogna sottolineare che i benefici non sono soltanto quelli relativi alla riduzione del peso corporeo ma anche dovuti al fatto che l’esercizio è capace di:

a) Aumentare la sensibilità delle cellule all’azione dell’insulina (si riduce quindi il rischio “insulino-resistenza” e diabete)

b) Tonificare la massa magra a discapito di quella grassa riducendo quindi il rischio cardiovascolare relativo al grasso viscerale

c) Aumentare la sintesi epatica di HDL riducendo anche il rischio relativo al colesterolo.

L’esercizio fisico che può aiutare a ridurre i rischi della sindrome metabolica deve essere costante, direi quotidiano, e di intensità media (non bastano i due allenamenti settimanali in palestra).

Per quanto riguarda l’alimentazione anche le piccole modifiche dello stile di vita possono avere un impatto importante sulla progressione della sindrome metabolica. Esistono numerosi accorgimenti che possono avere un effetto positivo sulla diminuzione del peso, e quindi del grasso viscerale, sull’infiammazione, sulla glicemia e sul colesterolo. Vediamone alcuni:

1) Distribuire in modo equilibrato gli alimenti durante il giorno evitando di assumere troppi carboidrati nella seconda parte della giornata (la cena deve essere povera di carboidrati)

2) Preferire sempre carboidrati poco raffinati o integrali ed evitare di associare due alimenti entrambi ricchi di questo componenete (pasta e pane o riso e dolce)

2) Fare 4 o 5 pasti al giorno aiuta ad aumentare i consumi energetici (digerendo si bruciano energie) e permette un controllo più equilibrato della glicemia. Lo spuntino deve essere leggero con frutta o yogurt magro.

3) Per contrastare l’infiammazione può essere utile assumere al mattino un bicchiere d’acqua tiepida col succo di un limone che, pur essendo un alimento acido, ha un effetto basificante e tende ridurre il livello d’infiammazione sistemica.

4) Il pesce azzurro e la frutta secca, pur essendo ricchi di grassi, sono molto ricchi di omega 3 che ha un effetto protettivo sui vasi e sui livelli di infiammazione organica. Inoltre contrastano i rischi relativi al colesterolo.

5) Ridurre il consumo di sodio sostituendo il sale con le spezie può essere utile a ridurre la pressione e contemporaneamente può trasformarsi in una piacevole sorpresa per il palato.

6) Bere molta acqua cercando di assumerne una piccola quantità molto frequentemente può migliorare la circolazione e ridurre la ritenzione idrica.

7) Per condire utilizzare esclusivamente l’olio d’oliva extravergine a crudo evitando di soffriggere. La margarina contiene grassi idrogenati che sono pericolosi per la salute e va quindi evitata.

Ci sono infine alimenti che andrebbero evitati o assunti solo occasionalmente:

Superalcolici, formaggi grassi, lardo, pancetta, salsiccia, mortadella, fritture, merendine dolci, bevande zuccherate, burro, margarina.

Altri alimenti andrebbero limitati a tre volte al mese:

Formaggi semigrassi, carni rosse, latte e yogurt interi con zucchero, insaccati semigrassi (prosciutto, speck), soffritti, pesci grassi (anguilla, capitone), frutta ricca di zuccheri (fichi, uva, banane) e succhi di frutta.

Altri ancora possono essere mangiati tre volte alla settimana:

Carni magre, latte o yogurt magri, formaggi magri, uovo (max 1 alla sett.), prosciutto magro, bresaola, pasta, riso, patate, pane, pesce (crostacei e molluschi max 1 a sett.) e legumi.

Infine alcuni alimenti hanno effetti protettivi e vanno assunti giornalmente

Verdure di stagione, frutta di stagione (evitando quella particolarmente zuccherina), zuppe, cereali integrali e olio d’oliva extravergine (nelle giuste dosi).

Sperando come sempre di avervi dato utili consigli auguro a tutti una buona dieta.

Dott. Pablo Belfiori

A mali estremi… Vi presento la Chirurgia Bariatrica

Oggi vi parlerò di un metodo dimagrante che, pur essendo applicabile soltanto in certi casi, è capace di dare ottimi risultati sul lungo termine: la Chirurgia Bariatrica

La chirurgia bariatrica è quella branca della chirurgia che si occupa del trattamento chirurgico dell’obesità. Oggi, grazie alle tecniche endoscopiche che riducono enormemente i rischi operatori e post operatori, rappresenta l’opzione terapeutica più efficace per i pazienti con BMI superiore a 40 (obesità grave) o superiore a 35 ma affetti da altre patologie che non avessero risposto a precedenti interventi dietetici e/o farmacologici.

L’obesità è uno dei più grandi problemi di salute del 21° secolo sia per la sua crescente diffusione che per la sua elevata associazione con patologie importanti come ad esempio il diabete mellito.

Negli anni l’applicazione di questo tipo di chirurgia ha permesso di salvare molte vite inducendo non solo una rapida riduzione del peso corporeo ma andando ad avere anche un effetto benefico sul diabete tanto che oggi viene utilizzato spesso il termine di “Chirurgia Metabolica” proprio per gli effetti che l’intervento chirurgico ha dimostrato di avere sulla gestione della glicemia.

Gli interventi della chirurgia bariatrica possono essere di tipo

restrittivo

-Bendaggio gastrico regolabile (LAGB): Lo scopo di questa procedura è ridurre le dimensione dello stomaco per diminuire la quantità di cibo che potrà essere ingerita.

-Sleeve gastrectomy: é la metodica chirurgica di più recente accreditamento che comporta l’asportazione per via laparoscopica di una ampia porzione di stomaco

malassorbitivo

- Diversione biliopancreatica (BPD): Questa procedura implica il cambiamento dell’anatomia del tratto digerente che determina un cambiamento del tempo che gli enzimi digestivi hanno per interagire col cibo nel tratto gastrointestinale. Questo causa un ridotto assorbimento di calorie e sostanze nutritive.

-Diversione biliopancreatica con switch duodenale (BPD/DS): è l’intervento che ha dato i migliori risultati in termini di benefici su diabete.

misto

- Bypass gastrico (RYGB): Questa metodica prevede una riduzione della dimensione dello stomaco associata al bypass della prima porzione dell’intestino tenue che limita le capacità digestive dell’intestino.

La chirurgia malassorbitiva è sicuramente più efficace di quella restrittiva ma presenta vari rischi nutrizionali poiché non solo riduce la quantità di energie introdotte ma causa anche una diminuzione dell’assorbimento di vitamine e sali minerali che devono essere tenuti sotto controllo attraverso integratori e un adeguato regime alimentare.

Per limitare i rischi peri-operatori, post operatori immediati e tardivi è di fondamentale importanza studiare le caratteristiche cliniche, psicologiche e lo stile di vita del paziente per attuare quelle modifiche che possono rendere questo tipo di chirurgia veramente utile nel lungo termine.

Il drastico cambiamento del sistema digerente dopo l’intervento impone una attenta informazione del paziente prima dell’intervento in modo da gestire al meglio la nuova situazione anatomica e funzionale. Il primo passo in questo processo è l’attenta valutazione preoperatoria. Anamnesi patologica, test di laboratorio e valutazione psichiatrica sono i punti salienti di questo approccio. Sebbene nella maggioranza dei casi i pazienti obesi si nutrono in modo eccessivo, da numerosi studi condotti sui pazienti candidati a questo tipo di intervento, sono emersi dei deficit nutrizionali che riguardano in particolare il ferro, la vitamina B12 e la vitamina D. Risolvere queste carenze prima dell’intervento è di fondamentale importanza per agevolare la guarigione delle ferite, migliorare l’efficienza del sistema immunitario e ridurre la degenza ospedaliera.

Dopo l’intervento è necessario impostare un follow up con controlli periodici per seguire i pazienti sia dal punto di vista psicologico che per la loro alimentazione (sopratutto per evitare che subentrino carenze energetiche eccessive o deficit vitaminici). Ad oggi non esistono delle linee guida certificate per stabilire le esatte necessità di questi pazienti ma in generale l’apporto di calorie è ridotto a 1000 Kcal per le donne e 1100 Kcal per gli uomini che inizialmente dovranno derivare da cibi liquidi per poi passare nel giro di qualche settimana a reintegrare tutti gli alimenti dando sempre preferenza a quelli più morbidi e ricchi di proteine (la quantità di proteine somministrate in questa prima fase di recupero post chirurgico devono essere più elevate rispetto alle diete equilibrate normali). E’ importante evitare di bere durante i pasti per evitare di riempire eccessivamente e troppo velocemente la sacca gastrica. Ovviamente i pasti dovranno essere piccoli e frequenti.

Come già accennato è fondamentale per evitare problematiche relative ai deficit vitaminici associare alla dieta un integratore multivitaminico nel quale non devono mancare la

  • vitamina B9 o acido folico, fondamentale per le donne in età fertile

  • vitamina B12 che tuttavia è preferibile somministrare per endovena visto che le modifiche anatomiche del tratto intestinale potrebbero rendere difficoltoso l’assorbimento di questa sostanza.

  • ferro particolarmente utile per le donne e soprattutto quando l’intervento è stato di tipo malassorbitivo

  • vitamina A, K, E, D: le vitamine liposolubili risultano meno assorbibili per i pazienti che hanno subito un intervento di tipo malassorbitivo e devono quindi essere integrate.

  • calcio sotto forma di citrati per mantenere una buona mineralizzazione ossea. La somministrazione del calcio citrato va separata da quella del ferro poiché questi due minerali interferiscono tra loro per i meccanismi di assorbimento.

Il successo terapeutico dopo la chirurgia bariatrica si considera raggiunto quando si ha una perdita pari o superiore al 50% del peso corporeo in eccesso. Quindi se un uomo con peso ideale 70 Kg ne pesa 150 Kg (quindi l’eccesso ponderale è pari a 80 Kg) si considera raggiunto l’obbiettivo quando il suo peso scenderà almeno al di sotto dei 110 Kg con una perdita superiore ai 40 Kg.

Di seguito alcune immagini per comprendere meglio le differenze tra i vari interventi

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Sperando come sempre di avervi dato qualche utile informazione auguro a tutti una buona dieta.

Dott. Pablo Belfiori

Rinforzare il sistema immunitario a tavola

Il sistema immunitario (S.I.) è costituito da organi, tessuti e cellule circolanti che, in concerto tra loro, si adoperano per difendere l’organismo da virus, batteri, parassiti e dalle sostanze prodotte (antigeni) da questi agenti patogeni. Oltre a ciò il S.I. è incaricato di eliminare le cellule dell’organismo danneggiate, invecchiate o alterate da processi neoplastici.

Il primo fronte di difesa del S.I. è costituito dalle barriere naturali come la pelle e le mucose adiuvate dalle varie sostanze prodotte dall’organismo come la saliva, il sebo, le lacrime, il muco, le sostanze acide che abbassano il pH gastrico, i batteri residenti a livello intestinale (microbiota) e vaginale oltre che dalla temperatura corporea.

Un secondo livello di difesa è costituito da varie tipologie di cellule circolanti nel sangue o presenti sui tessuti (come i leucociti, i mastociti, i monociti, le cellule dendritiche e i macrofagi) che vengono prodotte dagli organi linfatici (midollo osseo, milza, timo, linfonodi, tonsille e appendice) in risposta alle infezioni. Queste cellule, attraverso vari meccanismi, hanno la capacità di bloccare la moltiplicazione degli agenti patogeni e successivamente hanno gli strumenti per eliminare o rendere innocuo “l’invasore” patogeno.

In certi casi le difese immunitarie possono essere meno efficaci rendendoci più esposti alle infezioni e meno abili nei processi di guarigione; le abitudini alimentari, voluttuarie, la sedentarietà e lo stress sono tra i principali imputati nel processo d’indebolimento del S.I. e la correzione di questi fattori potrà rivelarsi utile nel miglioramento delle capacità di difesa dell’organismo. In relazione a ciò oggi vi darò alcuni suggerimenti che potranno rendere il vostro sistema immunitario più forte.

1) Rinforzate la flora microbica intestinale

  • Il microbiota è di fondamentale importanza per rendere la barriera intestinale più efficace nella difesa dagli agenti patogeni. La quotidiana assunzione di alimenti ricchi di fermenti lattici vivi e attivi (pro e prebiotici) avrà un effetto stimolante sullo sviluppo e sulla salute dei batteri residenti a livello intestinale. Mangiare quotidianamente Yogurt o Kefir ha un ottimo effetto protettivo in questo senso.

2) Aumentate l’apporto di vitamine

  • Vit. A: Stimola la crescita e lo sviluppo del sistema immunitario. Il precursore della vitamina A è il betacarotene di cui sono ricchi le patate dolci, gli spinaci, la zucca, le carote, il melone e le albicocche.

  • Vit. B: la vitamina B è fondamentale per l’attivazione di alcuni enzimi che sostengono il lavoro del sistema immunitario. Importanti per l’azione delle cellule immunitarie sono la vit. B6 (cereali e muesli), la vit. B9 nota come acido folico (cicoria, spinaci, noci) e la vitamina B12 (carni e pesci in generale)

  • Vit. C: la vitamina C aiuta il sistema immunitario in modo diretto per le sue capacità antiossidanti e in modo indiretto attraverso la sua capacità di favorire l’assorbimento del ferro contenuto negli alimenti di origine vegetale. Sono ricchi di questa vitamina gli agrumi (succo di limone, arance) e le fragole

  • Vit. D: questa vitamina è fondamentale per l’azione delle cellule T del sistema immunitario. Queste cellule hanno il ruolo di “presentare” l’antigene ai macrofagi che, come s’intuisce dal nome, sono cellule capaci di “mangiare” e successivamente distruggere gli agenti patogeni. Ne è ricco il salmone e in generale il pesce azzurro.

  • Vit. E: nota come tocoferolo ha effetti antiossidanti ed è molto utile per rinforzare le difese immunitarie delle vie respiratorie. Se ne ricavano buone quantità delle mandorle, dalle noci e dall’olio d’oliva.

3) Altri alimenti che possono aiutarci a rinforzare il sistema immunitario sono

  • Aglio: questa spezia è molto ricca di allicina che ha noti effetti antibiotici, antimicrobici e antifungini. L’allicina ha dimostrato di avere anche un effetto protettivo nei confronti del tumore gastrico

  • Funghi: sono ricchi di Selenio (potente antiossidante con effetti antiaging e antitumorali) e di betaglucano che ha effetti immunostimolanti e di potenziamento nei processi di riparazione cellulare.

  • Cioccolato fondente: aumenta la performance del sistema immunitario e ha effetti antinfiammatori. È ricco di Zinco che agisce come regolatore del S.I.

  • Tè verde: è ricco di sostanze antiossidanti (catechine) che proteggono l’organismo delle infiammazioni.

  • Miele: è da preferire rispetto allo zucchero oltre che per il minor indice glicemico anche per le sue capacità antibatteriche e disinfettanti a livello del cavo orale.

In conclusione per darvi un’idea della possibile integrazione di tutti questi alimenti vi suggerisco un menù facile e completo:

Colazione

Yogurt magro o semigrasso (oppure Kefir) con un cucchiaino di miele e 30 grammi di cereali o muesli

Spuntino della mattina

Spremuta d’arancia o frutta di stagione

Pranzo

Pasta integrale con salmone e zucchine

Insalata mista (pomodori, carote, lattuga) con 3 noci sbriciolate, un cucchiaino d’olio d’oliva e il succo di mezzo limone

Due mandaranci

Un pezzetto di cioccolato fondente

Merenda

Tazza di tè verde o nero con limone e due biscottini integrali

Cena

Trancio di pesce spada con pomodoro secco al forno

Pleorotus (funghi di carne) al forno con aglio e prezzemolo e un cucchiaio di olio d’oliva a crudo

Una ciotola di fragole

Sperando di avervi dato qualche utile consiglio per ritrovare o mantenere sano il vostro sistema immunitario auguro a tutti una buona dieta.

Dott. Pablo Belfiori

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Dott. Pablo Belfiori

La dieta iperproteica e il rischio renale

Negli ultimi anni le diete iperproteiche, come quella del dott. Dukan, hanno guadagnato molta popolarità e sono tuttora tra le diete più frequentemente raccomandate come strategia ideale per la gestione del peso corporeo nelle persone obese e in sovrappeso.

Le diete iperproteiche, che in generale possiamo definire come HPD (hight protein diet), si sono imposte sul mercato delle diete dimagranti per la loro capacità di indurre un rapidissimo calo di peso. La riduzione, parziale o in certi casi totale, dell’apporto di carboidrati e l’eccessiva assunzione di proteine, causano una diminuzione del pH inducendo quindi una forma di acidosi (chetosi), che riduce la percezione dell’appetito e permette ai pazienti di non soffrire eccessivamente durante i periodi di più intenso dimagramento. Solitamente la chetosi si associa ad un aumento della sete e alla comparsa di alitosi che abitualmente viene contrastata con delle compresse di clorofilla o altre sostanze naturali che riducono questo fastidioso sintomo. Oltre a ciò le HPD vengono anche “vendute” come utili nel controllo del profilo lipidico (colesterolo e trigliceridi) e capaci di ridurre la deposizione del grasso corporeo.

Considerando l’elevata prevalenza nella popolazione italiana di patologie come l’obesità, il diabete di tipo II, la sindrome metabolica, per citarne solo alcune, credo che sia importante valutare e comprendere meglio gli effetti indotti da un eccessiva assunzione di proteine sulla salute. L’organo che si occupa di gestire ed eliminare i residui azotati che derivano dalla digestione delle proteine è il rene che, se sottoposto ad un carico di lavoro eccessivo, può subirne delle gravi conseguenze. Da numerose ricerche, la più recente delle quali è stata pubblicata nel Dicembre 2013, dalla rivista scientifica “Nutricìon Hospitalaria”, si è potuto evidenziare che le diete iperproteiche possono causare un aumento del filtrato glomerulare, anche se resta ancora da chiarire la relazione tra l’iperfiltrazione e il danno renale vero e proprio nei pazienti che seguono questo regime alimentare. Tuttavia, anche se la dimostrazione di una correlazione diretta tra le HPD e il danno renale nell’uomo resta ancora poco chiaro, le ricerche effettuate su roditori, gatti e maiali sottoposti ad un condotta alimentare iperproteica nel lungo termine hanno messo in evidenza la comparsa di una iperfiltrazione glomerulare con conseguenti danni morfologici e funzionali (specialmente evidenti a livello glomerulare) a carico dei reni. La riduzione del pH e la minor concentrazione di citrati urinari (elementi capaci di inibire l’aggregazione dei sali disciolti nelle urine) ha inoltre un impatto negativo sulla prevenzione della calcolosi urinaria ed espone queste persone al rischio di sviluppare una nefrolitiasi.

La presunta capacità che le diete iperproteiche avrebbero di indurre un miglioramento del profilo lipidico, ancora oggi, non è confermata. Alcune ricerche hanno evidenziato un leggero miglioramento in contrasto con altre ricerche che non hanno messo in luce alcun cambiamento nelle concentrazioni del colesterolo totale e dei trigliceridi.

Molte ricerche hanno dimostrato che qualunque dieta, se condotta con attenzione, può provocare una riduzione del peso corporeo ed è per questo che la scelta ideale dovrebbe essere ponderata non valutando la velocità con cui si dimagrisce ma piuttosto tenendo in considerazione l’impatto che la propria alimentazione ha sulla salute.

Le diete iperproteiche inducono certamente una significativa riduzione del peso corporeo, da mettere in correlazione con lo scarso apporto calorico più che con la composizione della dieta stessa, ma la successiva reintroduzione dei carboidrati è solitamente associata ad un recupero ponderale con conseguenze sia sul piano fisico che psicologico. Ovviamente questo fenomeno non può essere generalizzato ed è evidente che alcune persone sono tuttora molto soddisfatte dei risultati raggiunti.

I rischi connessi ad un regime dietetico iperproteico non sono quindi, a mio avviso, trascurabili e se state pensando di optare per questo tipo di dieta dovreste prima approfondire, con esami clinici mirati, la vostra funzionalità renale e l’eventuale con-presenza di altre patologie.

La dieta è in tutto simile ad una prescrizione medica e dovrebbe essere elaborata da chi è in grado di suggerire le giuste scelte valutando i rischi e i benefici che possono derivare dal proprio comportamento alimentare. Il saggio diceva:”noi siamo quello che mangiamo” e il nostro organismo è capace di far fronte ai nostri errori alimentari solo fino ad un certo punto oltre il quale gli squilibri si trasformano in patologia.

Sperando, come sempre, di avervi dato qualche utile informazione auguro a tutti una buona dieta.

Dott. Pablo Belfiori

Grano Khorasan o, come come molti solean chiamarlo, Kamut…

Il Kamut®, nome commerciale del grano Khorasan, denominato anche Frumento Orientale, Grano Grosso o col nome, ancora una volta commerciale, di “Antico Cereale”, ha origini molto remote.

La leggenda, oggi in parte smentita, narra che sia originario della valle del Nilo e che fosse coltivato già 6000 anni fa’, rappresentando allora una ottima fonte di carboidrati per le popolazioni del luogo. Dopo millenni di oblio venne riscoperto nel 1949 da un soldato dell’aviazione statunitense di istanza in Egitto che, venuto in possesso di una manciata di chicchi di Kamut, li spedì al padre che a sua volta li donò ad un amico agricoltore nel Montana (Mark Quinn). Ricominciò quindi la coltivazione ma solo nel 1977 un agronomo della zona decise di analizzare la composizione di questo grano scoprendo le sue interessanti proprietà. In realtà questo tipo di grano è stato negli anni coltivato in diverse regioni del mediterraneo e anche in Italia nella zona della Lucania e dell’Abruzzo sono presenti coltivazioni originali (non successive alla commercializzazione operata dalla famiglia Quinn)

Dal punto di vista evolutivo il kamut è un grano “BIO” con la B maiuscola visto che il suo patrimonio genetico è restato inalterato per millenni dimostrandosi resistente a qualsiasi avversità atmosferica e inquinante: non necessita dunque di trattamenti fertilizzanti o pesticidi. I suoi chicchi, tre volte più grandi di quelli del frumento, contengono poca umidità e sono di conseguenza più resistenti all’attacco degli insetti. Rispetto al frumento contiene inoltre meno glutine (è in ogni caso non consigliato ai pazienti celiaci) e una più alta percentuale di proteine e aminoacidi che lo rendono un alimento con proprietà ricostituenti. Il kamut possiede un patrimonio proteico del 30% superiore e una composizione di aminoacidi del 65% superiore rispetto al frumento comune, è inoltre ricco di minerali tra cui spiccano il magnesio, lo zinco, il selenio e il fosforo.

Il grano Khorasan possiede anche altre proprietà benefiche:

  • E’ più digeribile rispetto al frumento e nella sua assimilazione non crea fermentazioni. Per questo motivo il kamut è consigliato in particolare a coloro che soffrono di gastrite o che hanno, più in generale, lo “stomaco delicato”.

  • Ha proprietà depurative; grazie alla sinergica azione della fibra e della crusca, delle vitamine e dei sali minerali che contiene, questo antico grano è capace di promuovere la regolarità dell’intestino e di stimolare l’espulsione delle scorie.

  • Ha un effetto anti-aging grazie alla contemporanea presenza di Selenio e vitamina E che favoriscono il rinnovamento cellulare e rallentano i processi di invecchiamento avendo una azione antiossidante che contrasta l’effetto dei radicali liberi.

  • Ha un minor effetto allergizzante per le persone che soffrono di “ipersensibilità al glutine” anche se è comunque vietato per chi soffre di celiachia.

Dal punto di vista organolettico ogni 100 grammi di kamut apportano 359 Kcal, 17,3 grammi di proteine (il grano comune ne da 12 gr), 2,6 grammi di lipidi e 68 grammi di carboidrati.

Il grano Khorasar o, se preferite il Kamut, rappresenta una ottima alternativa al grano comune andandosi a sostituire ad esso nella preparazione dei primi piatti o delle zuppe, in alternativa ai cereali della colazione o ancora come sostituto del pane permettendoci quindi di variare, come è giusto fare per seguire le regole di una “corretta alimentazione”, le nostre scelte alimentari.

Sperando ancora una volta di avervi dato qualche buon suggerimento auguro a tutti una buona dieta.

Dott. Pablo Belfiori

Dieta del gruppo sanguigno: fantasia o realtà?

La dieta del gruppo sanguigno, nota anche come “emodieta”, nasce nel 1997 dalle idee di un naturopata americano, il dott. D’Adamo, il quale teorizzò una correlazione benefica tra le scelte alimentari e il gruppo sanguigno in funzione dell’evoluzione storica dell’essere umano.

I quattro gruppi sanguigni, (0, A, B, AB) vengono denominati rispettivamente, in modo fantasioso, come “cacciatore” il gruppo 0, “agricoltore” il gruppo A, “nomade” il gruppo B e infine “enigma” il gruppo AB. D’Adamo sostiene che in base al proprio gruppo sanguigno bisognerebbe escludere dalla propria tavola certi alimenti che potrebbero causare fenomeni di “agglutinazione”.

I presupposti scientifici sull’evoluzione e sulla conseguente differenziazione del gruppo sanguigno sono sicuramente interessanti e validi ma la restrizione di certi gruppi di alimenti è, a mio avviso, eccessiva e inutile. Vediamo di analizzare quali sono le caratteristiche indicate come tipiche di ogni gruppo ematico:

Gruppo 0: il “cacciatore” è il più antico sul piano genetico, risalirebbe al periodo in cui l’uomo si cibava esclusivamente di cacciagione, di frutta e piante. Questi soggetti, secondo d’Adamo, dovrebbero prevalentemente alimentarsi con proteine di origine animale ed evitare tutti gli alimenti che contengono farina di frumento e cereali.

Gruppo A: l’”agricoltore”, nasce in un periodo successivo rispetto al cacciatore e si sarebbe evoluto con la nascita dell’agricoltura. Questi individui dovrebbero, differentemente dai primi, alimentarsi prevalentemente di cereali limitando l’assunzione di proteine animali. Sono i candidati ideali ad un regime alimentare vegetariano.

Gruppo B: il “nomade” si sarebbe evoluto, a causa dei mutamenti climatici, intorno a 10.000 anni fa. Questi individui erano prevalentemente dediti alla pastorizia e il loro regime dietetico era basato sul consumo di carne, cereali, latte e formaggi. Gli appartenenti al gruppo B sarebbero quelli che, più fortunati degli altri, potrebbero avere un’alimentazione più variata.

Gruppo AB: l’”enigma” è il gruppo sanguigno di più recente comparsa, è quello meno diffuso e deriverebbe dalla mescolanza tra gli appartenenti al gruppo A e al gruppo B. In generale sono i più sfortunati poiché, secondo D’Adamo, dovrebbero evitare di mangiare sia gli alimenti sconsigliati per il gruppo dei “cacciatori” che quelli per il gruppo degli “agricoltori”… in pratica dovrebbero escludere cereali e proteine di origine animale…

D’Adamo suddivide gli alimenti in tre grandi categorie: alimenti benefici che hanno effetti curativi e preventivi, alimenti indifferenti che non sortiscono alcun beneficio ma non hanno neanche effetti nocivi e alimenti da evitare che, come si può intuire dal termine, hanno effetti nocivi per la salute. Un altro aspetto importante della teoria di D’Adamo è legato alle lectine (differenti sostanze proteiche contenute nei vari alimenti che possono avere la capacità di legarsi ad alcuni zuccheri presenti sulla parete cellulare dei globuli rossi), che sono presenti nei vari alimenti e che potrebbero, interagendo col gruppo sanguigno, causare una “agglutinazione” che potrebbe provocare la precipitazione delle cellule ematiche, in modo analogo a un fenomeno di “rigetto”, rendendosi quindi responsabili di sintomi legati all’intolleranza alimentare.

La domanda che dovremmo porci a questo punto è “quanto c’è di vero in tutto ciò?”. Nella realtà, seppur questa teoria è di per se affascinate, la scienza ha smentito quasi tutte le affermazioni del dott. D’Adamo e lo stesso naturopata, proponendo uno schema troppo rigido ed eccessivamente improntato al business, ha creato i presupposti sui quali si basano le maggiori critiche.

1)    La ricerca scientifica ha dimostrato che le lectine possono causare agglutinazione solo in casi rarissimi quindi il presupposto che l’agglutinazione dei globuli rossi sia alla base dell’intolleranza perde validità scientifica. Le lectine sono largamente distribuite nelle piante, abbondano nei legumi e in particolare nella soia, sono presenti anche nel pesce e nei cereali.  Solo raramente l’interazione delle lectine con le cellule ematiche può causare il fenomeno dell’agglutinazione in quanto non tutte le lectine interagiscono con i globuli rossi e non sempre dall’eventuale interazione scaturisce l’agglutinazione.

2)    La statistica e l’epidemiologia non concordano con le teorie di D’Adamo. Basta valutare quanti soggetti sono intolleranti al glutine, al lattosio o al nichel e analizzare i dati in relazione al gruppo sanguigno. Dovremmo aspettarci una maggior prevalenza di soggetti intolleranti in funzione del rispettivo gruppo ematico… cosa non vera. La distribuzione della celiachia, ad esempio, non ha nessuna relazione col gruppo sanguigno, così come l’intolleranza al lattosio o al nichel.

3)    La rigidità con cui vengono proposti i differenti schemi di alimentazione per i vari emogruppi, e l’esclusione di ampie categorie di alimenti porta con se una naturale riduzione dell’apporto energetico che conseguentemente può causare una riduzione di peso. Questo dimagramento, in modo simile a quello che può verificarsi con le diete da esclusione per le intolleranze alimentari, viene erroneamente considerato come una conferma alla validità scientifica della dieta dell’emogruppo. Nella realtà qualunque dieta che escluda ampie categorie di alimenti, causando una restrizione calorica, può determinare una riduzione del peso corporeo. In aggiunta a ciò una dieta troppo ricca di proteine, come quella consigliata al gruppo dei “cacciatori” (emogruppo 0) porta con se il rischio di sviluppare patologie renali e tumorali, mentre la dieta consigliata agli “agricoltori” (emogruppo A) troppo povera di proteine può causare danni all’apparato scheletrico/muscolare e disturbi del sistema immunitario per citarne solo alcuni.

4)    Per finire l’aspetto commerciale e il business che è scaturito da queste teorie, a mio avviso, è un’ulteriore prova che l’idea, seppur affascinante, è nella realtà una operazione prevalentemente orientata al guadagno di alcuni e molto poco alla salute di tutti gli altri.

Sperando ancora una volta di avervi dato delle utili informazioni auguro a tutti una buona dieta.

Dott Pablo Belfiori