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La dieta iperproteica e il rischio renale

Negli ultimi anni le diete iperproteiche, come quella del dott. Dukan, hanno guadagnato molta popolarità e sono tuttora tra le diete più frequentemente raccomandate come strategia ideale per la gestione del peso corporeo nelle persone obese e in sovrappeso.

Le diete iperproteiche, che in generale possiamo definire come HPD (hight protein diet), si sono imposte sul mercato delle diete dimagranti per la loro capacità di indurre un rapidissimo calo di peso. La riduzione, parziale o in certi casi totale, dell’apporto di carboidrati e l’eccessiva assunzione di proteine, causano una diminuzione del pH inducendo quindi una forma di acidosi (chetosi), che riduce la percezione dell’appetito e permette ai pazienti di non soffrire eccessivamente durante i periodi di più intenso dimagramento. Solitamente la chetosi si associa ad un aumento della sete e alla comparsa di alitosi che abitualmente viene contrastata con delle compresse di clorofilla o altre sostanze naturali che riducono questo fastidioso sintomo. Oltre a ciò le HPD vengono anche “vendute” come utili nel controllo del profilo lipidico (colesterolo e trigliceridi) e capaci di ridurre la deposizione del grasso corporeo.

Considerando l’elevata prevalenza nella popolazione italiana di patologie come l’obesità, il diabete di tipo II, la sindrome metabolica, per citarne solo alcune, credo che sia importante valutare e comprendere meglio gli effetti indotti da un eccessiva assunzione di proteine sulla salute. L’organo che si occupa di gestire ed eliminare i residui azotati che derivano dalla digestione delle proteine è il rene che, se sottoposto ad un carico di lavoro eccessivo, può subirne delle gravi conseguenze. Da numerose ricerche, la più recente delle quali è stata pubblicata nel Dicembre 2013, dalla rivista scientifica “Nutricìon Hospitalaria”, si è potuto evidenziare che le diete iperproteiche possono causare un aumento del filtrato glomerulare, anche se resta ancora da chiarire la relazione tra l’iperfiltrazione e il danno renale vero e proprio nei pazienti che seguono questo regime alimentare. Tuttavia, anche se la dimostrazione di una correlazione diretta tra le HPD e il danno renale nell’uomo resta ancora poco chiaro, le ricerche effettuate su roditori, gatti e maiali sottoposti ad un condotta alimentare iperproteica nel lungo termine hanno messo in evidenza la comparsa di una iperfiltrazione glomerulare con conseguenti danni morfologici e funzionali (specialmente evidenti a livello glomerulare) a carico dei reni. La riduzione del pH e la minor concentrazione di citrati urinari (elementi capaci di inibire l’aggregazione dei sali disciolti nelle urine) ha inoltre un impatto negativo sulla prevenzione della calcolosi urinaria ed espone queste persone al rischio di sviluppare una nefrolitiasi.

La presunta capacità che le diete iperproteiche avrebbero di indurre un miglioramento del profilo lipidico, ancora oggi, non è confermata. Alcune ricerche hanno evidenziato un leggero miglioramento in contrasto con altre ricerche che non hanno messo in luce alcun cambiamento nelle concentrazioni del colesterolo totale e dei trigliceridi.

Molte ricerche hanno dimostrato che qualunque dieta, se condotta con attenzione, può provocare una riduzione del peso corporeo ed è per questo che la scelta ideale dovrebbe essere ponderata non valutando la velocità con cui si dimagrisce ma piuttosto tenendo in considerazione l’impatto che la propria alimentazione ha sulla salute.

Le diete iperproteiche inducono certamente una significativa riduzione del peso corporeo, da mettere in correlazione con lo scarso apporto calorico più che con la composizione della dieta stessa, ma la successiva reintroduzione dei carboidrati è solitamente associata ad un recupero ponderale con conseguenze sia sul piano fisico che psicologico. Ovviamente questo fenomeno non può essere generalizzato ed è evidente che alcune persone sono tuttora molto soddisfatte dei risultati raggiunti.

I rischi connessi ad un regime dietetico iperproteico non sono quindi, a mio avviso, trascurabili e se state pensando di optare per questo tipo di dieta dovreste prima approfondire, con esami clinici mirati, la vostra funzionalità renale e l’eventuale con-presenza di altre patologie.

La dieta è in tutto simile ad una prescrizione medica e dovrebbe essere elaborata da chi è in grado di suggerire le giuste scelte valutando i rischi e i benefici che possono derivare dal proprio comportamento alimentare. Il saggio diceva:”noi siamo quello che mangiamo” e il nostro organismo è capace di far fronte ai nostri errori alimentari solo fino ad un certo punto oltre il quale gli squilibri si trasformano in patologia.

Sperando, come sempre, di avervi dato qualche utile informazione auguro a tutti una buona dieta.

Dott. Pablo Belfiori

Grano Khorasan o, come come molti solean chiamarlo, Kamut…

Il Kamut®, nome commerciale del grano Khorasan, denominato anche Frumento Orientale, Grano Grosso o col nome, ancora una volta commerciale, di “Antico Cereale”, ha origini molto remote.

La leggenda, oggi in parte smentita, narra che sia originario della valle del Nilo e che fosse coltivato già 6000 anni fa’, rappresentando allora una ottima fonte di carboidrati per le popolazioni del luogo. Dopo millenni di oblio venne riscoperto nel 1949 da un soldato dell’aviazione statunitense di istanza in Egitto che, venuto in possesso di una manciata di chicchi di Kamut, li spedì al padre che a sua volta li donò ad un amico agricoltore nel Montana (Mark Quinn). Ricominciò quindi la coltivazione ma solo nel 1977 un agronomo della zona decise di analizzare la composizione di questo grano scoprendo le sue interessanti proprietà. In realtà questo tipo di grano è stato negli anni coltivato in diverse regioni del mediterraneo e anche in Italia nella zona della Lucania e dell’Abruzzo sono presenti coltivazioni originali (non successive alla commercializzazione operata dalla famiglia Quinn)

Dal punto di vista evolutivo il kamut è un grano “BIO” con la B maiuscola visto che il suo patrimonio genetico è restato inalterato per millenni dimostrandosi resistente a qualsiasi avversità atmosferica e inquinante: non necessita dunque di trattamenti fertilizzanti o pesticidi. I suoi chicchi, tre volte più grandi di quelli del frumento, contengono poca umidità e sono di conseguenza più resistenti all’attacco degli insetti. Rispetto al frumento contiene inoltre meno glutine (è in ogni caso non consigliato ai pazienti celiaci) e una più alta percentuale di proteine e aminoacidi che lo rendono un alimento con proprietà ricostituenti. Il kamut possiede un patrimonio proteico del 30% superiore e una composizione di aminoacidi del 65% superiore rispetto al frumento comune, è inoltre ricco di minerali tra cui spiccano il magnesio, lo zinco, il selenio e il fosforo.

Il grano Khorasan possiede anche altre proprietà benefiche:

  • E’ più digeribile rispetto al frumento e nella sua assimilazione non crea fermentazioni. Per questo motivo il kamut è consigliato in particolare a coloro che soffrono di gastrite o che hanno, più in generale, lo “stomaco delicato”.

  • Ha proprietà depurative; grazie alla sinergica azione della fibra e della crusca, delle vitamine e dei sali minerali che contiene, questo antico grano è capace di promuovere la regolarità dell’intestino e di stimolare l’espulsione delle scorie.

  • Ha un effetto anti-aging grazie alla contemporanea presenza di Selenio e vitamina E che favoriscono il rinnovamento cellulare e rallentano i processi di invecchiamento avendo una azione antiossidante che contrasta l’effetto dei radicali liberi.

  • Ha un minor effetto allergizzante per le persone che soffrono di “ipersensibilità al glutine” anche se è comunque vietato per chi soffre di celiachia.

Dal punto di vista organolettico ogni 100 grammi di kamut apportano 359 Kcal, 17,3 grammi di proteine (il grano comune ne da 12 gr), 2,6 grammi di lipidi e 68 grammi di carboidrati.

Il grano Khorasar o, se preferite il Kamut, rappresenta una ottima alternativa al grano comune andandosi a sostituire ad esso nella preparazione dei primi piatti o delle zuppe, in alternativa ai cereali della colazione o ancora come sostituto del pane permettendoci quindi di variare, come è giusto fare per seguire le regole di una “corretta alimentazione”, le nostre scelte alimentari.

Sperando ancora una volta di avervi dato qualche buon suggerimento auguro a tutti una buona dieta.

Dott. Pablo Belfiori

Dieta del gruppo sanguigno: fantasia o realtà?

La dieta del gruppo sanguigno, nota anche come “emodieta”, nasce nel 1997 dalle idee di un naturopata americano, il dott. D’Adamo, il quale teorizzò una correlazione benefica tra le scelte alimentari e il gruppo sanguigno in funzione dell’evoluzione storica dell’essere umano.

I quattro gruppi sanguigni, (0, A, B, AB) vengono denominati rispettivamente, in modo fantasioso, come “cacciatore” il gruppo 0, “agricoltore” il gruppo A, “nomade” il gruppo B e infine “enigma” il gruppo AB. D’Adamo sostiene che in base al proprio gruppo sanguigno bisognerebbe escludere dalla propria tavola certi alimenti che potrebbero causare fenomeni di “agglutinazione”.

I presupposti scientifici sull’evoluzione e sulla conseguente differenziazione del gruppo sanguigno sono sicuramente interessanti e validi ma la restrizione di certi gruppi di alimenti è, a mio avviso, eccessiva e inutile. Vediamo di analizzare quali sono le caratteristiche indicate come tipiche di ogni gruppo ematico:

Gruppo 0: il “cacciatore” è il più antico sul piano genetico, risalirebbe al periodo in cui l’uomo si cibava esclusivamente di cacciagione, di frutta e piante. Questi soggetti, secondo d’Adamo, dovrebbero prevalentemente alimentarsi con proteine di origine animale ed evitare tutti gli alimenti che contengono farina di frumento e cereali.

Gruppo A: l’”agricoltore”, nasce in un periodo successivo rispetto al cacciatore e si sarebbe evoluto con la nascita dell’agricoltura. Questi individui dovrebbero, differentemente dai primi, alimentarsi prevalentemente di cereali limitando l’assunzione di proteine animali. Sono i candidati ideali ad un regime alimentare vegetariano.

Gruppo B: il “nomade” si sarebbe evoluto, a causa dei mutamenti climatici, intorno a 10.000 anni fa. Questi individui erano prevalentemente dediti alla pastorizia e il loro regime dietetico era basato sul consumo di carne, cereali, latte e formaggi. Gli appartenenti al gruppo B sarebbero quelli che, più fortunati degli altri, potrebbero avere un’alimentazione più variata.

Gruppo AB: l’”enigma” è il gruppo sanguigno di più recente comparsa, è quello meno diffuso e deriverebbe dalla mescolanza tra gli appartenenti al gruppo A e al gruppo B. In generale sono i più sfortunati poiché, secondo D’Adamo, dovrebbero evitare di mangiare sia gli alimenti sconsigliati per il gruppo dei “cacciatori” che quelli per il gruppo degli “agricoltori”… in pratica dovrebbero escludere cereali e proteine di origine animale…

D’Adamo suddivide gli alimenti in tre grandi categorie: alimenti benefici che hanno effetti curativi e preventivi, alimenti indifferenti che non sortiscono alcun beneficio ma non hanno neanche effetti nocivi e alimenti da evitare che, come si può intuire dal termine, hanno effetti nocivi per la salute. Un altro aspetto importante della teoria di D’Adamo è legato alle lectine (differenti sostanze proteiche contenute nei vari alimenti che possono avere la capacità di legarsi ad alcuni zuccheri presenti sulla parete cellulare dei globuli rossi), che sono presenti nei vari alimenti e che potrebbero, interagendo col gruppo sanguigno, causare una “agglutinazione” che potrebbe provocare la precipitazione delle cellule ematiche, in modo analogo a un fenomeno di “rigetto”, rendendosi quindi responsabili di sintomi legati all’intolleranza alimentare.

La domanda che dovremmo porci a questo punto è “quanto c’è di vero in tutto ciò?”. Nella realtà, seppur questa teoria è di per se affascinate, la scienza ha smentito quasi tutte le affermazioni del dott. D’Adamo e lo stesso naturopata, proponendo uno schema troppo rigido ed eccessivamente improntato al business, ha creato i presupposti sui quali si basano le maggiori critiche.

1)    La ricerca scientifica ha dimostrato che le lectine possono causare agglutinazione solo in casi rarissimi quindi il presupposto che l’agglutinazione dei globuli rossi sia alla base dell’intolleranza perde validità scientifica. Le lectine sono largamente distribuite nelle piante, abbondano nei legumi e in particolare nella soia, sono presenti anche nel pesce e nei cereali.  Solo raramente l’interazione delle lectine con le cellule ematiche può causare il fenomeno dell’agglutinazione in quanto non tutte le lectine interagiscono con i globuli rossi e non sempre dall’eventuale interazione scaturisce l’agglutinazione.

2)    La statistica e l’epidemiologia non concordano con le teorie di D’Adamo. Basta valutare quanti soggetti sono intolleranti al glutine, al lattosio o al nichel e analizzare i dati in relazione al gruppo sanguigno. Dovremmo aspettarci una maggior prevalenza di soggetti intolleranti in funzione del rispettivo gruppo ematico… cosa non vera. La distribuzione della celiachia, ad esempio, non ha nessuna relazione col gruppo sanguigno, così come l’intolleranza al lattosio o al nichel.

3)    La rigidità con cui vengono proposti i differenti schemi di alimentazione per i vari emogruppi, e l’esclusione di ampie categorie di alimenti porta con se una naturale riduzione dell’apporto energetico che conseguentemente può causare una riduzione di peso. Questo dimagramento, in modo simile a quello che può verificarsi con le diete da esclusione per le intolleranze alimentari, viene erroneamente considerato come una conferma alla validità scientifica della dieta dell’emogruppo. Nella realtà qualunque dieta che escluda ampie categorie di alimenti, causando una restrizione calorica, può determinare una riduzione del peso corporeo. In aggiunta a ciò una dieta troppo ricca di proteine, come quella consigliata al gruppo dei “cacciatori” (emogruppo 0) porta con se il rischio di sviluppare patologie renali e tumorali, mentre la dieta consigliata agli “agricoltori” (emogruppo A) troppo povera di proteine può causare danni all’apparato scheletrico/muscolare e disturbi del sistema immunitario per citarne solo alcuni.

4)    Per finire l’aspetto commerciale e il business che è scaturito da queste teorie, a mio avviso, è un’ulteriore prova che l’idea, seppur affascinante, è nella realtà una operazione prevalentemente orientata al guadagno di alcuni e molto poco alla salute di tutti gli altri.

Sperando ancora una volta di avervi dato delle utili informazioni auguro a tutti una buona dieta.

Dott Pablo Belfiori

Alcuni consigli per restare in forma a Natale.

Il Natale è ormai alle porte e in questo periodo, ogni anno, la domanda più gettonata dei miei pazienti è “cosa devo mangiare per non ingrassare durante le feste?”. Le risposte possibili sono tante ma quello che mi sento di suggerire nella maggior parte dei casi costituisce l’argomento di cui voglio parlarvi oggi.

La prima cosa da mettere in chiaro è che i giorni di festa, durante i quali non bisogna pensare troppo alla dieta e concedersi qualche libertà, non sono poi tanti: la vigilia e il pranzo di Natale seguiti dal pranzo del 26 Gennaio e dal classico cenone di Capo d’anno. Si tratta quindi di quattro pasti che, nel contesto di un periodo più o meno normale, caratterizzato da maggior libertà dal lavoro o dallo studio, possono essere compensati da una maggiore attenzione all’attività fisica.

E’ anche vero che un pasto più ricco ha un effetto stimolate dal punto di vista metabolico e non va quindi visto esclusivamente come un momento di accumulo di grasso ma anche come un evento che stimola il metabolismo. L’uomo è progettato per sopravvivere ed è dominato dalla legge della parsimonia così, quando l’introito calorico diminuisce, l’organismo da un lato recupera energie dalle sue scorte (che sono costituite dalla massa grassa ma anche dalla massa magra) e dall’altro si adatta e cerca di farsi bastare le energie che riceve con l’alimentazione. Se quest’ultima è eccessivamente restrittiva il metabolismo tenderà a diminuire così come, al contrario, se ci super-alimentiamo tenderemo a stimolare un aumento del metabolismo. Il vero ago della bilancia in realtà non è esclusivamente legato alla quantità di cibo ingerito ma, soprattutto, alla qualità dei nostri pasti. Per fare in modo che l’organismo esprima al massimo il suo potenziale metabolico è necessario che durante il giorno vengano ingeriti carboidrati, proteine e grassi nella giusta proporzione, associati ad una adeguata idratazione e all’attività fisica.

Detto ciò i suggerimenti per limitare i danni sono 3

1) Fate più attività fisica: le lunghe passeggiate, in perfetto stile “scampagnata natalizia”, consentono all’organismo di ottenere numerosi benefici in relazione allo sforzo fisico, che sarà esclusivamente aerobico e quindi più utile al consumo della massa grassa, alla stimolazione della circolazione che aiuterà a smaltire la ritenzione idrica e alla migliore qualità dell’aria respirata con inalazione di minori quantità di agenti tossici e inquinanti.

2) Nei giorni precedenti e seguenti il Natale è preferibile ridurre l’apporto calorico senza però esagerare: abbondare con la verdura, con le minestre e i minestroni, evitare la frutta secca, limitare i carboidrati nella seconda parte della giornata, ridurre l’olio, evitare dolci, bevande zuccherine e/o gasate (che oltre alle calorie determinano un aumento del volume gastrico in conseguenza del gas che contengono e predispongono quindi ad un aumento della capienza dello stomaco) e astenersi da introdurre bevande alcoliche potrà essere sufficiente per arrivare ai cenoni e “pranzoni” leggermente più “scarichi” in modo da non ritrovarsi, nei giorni successivi, con qualche Kg di troppo.

3) Durante le “libagioni” per evitare di sbilanciare in modo eccessivo la dieta sul versante dei grassi sarebbe preferibile evitare di esagerare con gli antipasti intrisi d’olio o fare grandi scorpacciate di frutta secca. Anche i dolci ricchi di pasta di mandorle o di mascarpone (come gli amaretti e il tiramisù) essendo molto ricchi di grassi possono contribuire a sbilanciare la nostra dieta, sarebbero quindi da preferire dolci meno ricchi di grassi. E’ invece utile iniziare il pasto con delle verdure che sono poco caloriche ma molto ricche di fibre, hanno un buon potere riempitivo, a livello gastrico, e ci consentiranno di non esagerare con le altre pietanze. Può essere utile, un’oretta prima di sedersi a tavola, mangiare un frutto, come una mela o qualche clementina, in modo da non arrivare troppo affamati al pasto. Lo spirito Natalizio va comunque conservato e in queste occasioni di festa pensare troppo alla dieta è severamente vietato.

Sperando di avervi dato qualche utile consiglio auguro a tutti una buona dieta e un Buon Natale

Dott. Pablo Belfiori

La Dieta Mediterranea

Il termine “Dieta Mediterranea” nasce negli anni 50 grazie alle osservazioni del biologo e fisiologo americano Ancel Keys che in quegli anni venne in Italia per accertare la veridicità della bassa prevalenza di patologia coronarica nella città di Napoli. Nel giro di pochi mesi egli scoprì che l’alimentazione dei ceti sociali meno abbienti in queste aree, povera di carne e grassi animali, si associava  ad una incidenza ridotta di malattia coronarica rispetto a quel che succedeva in altre regioni europee e mondiali maggiormente esposte al consumo di questi alimenti. Per studiare bene questo fenomeno egli ideò il celebre “Seven Countries Study” per il quale furono arruolati più di 12000 uomini tra i 40 e i 59 anni in sette paesi differenti (Finlandia, Giappone, Grecia, Italia, Olanda; Stati Uniti e Iugoslavia) che vennero poi seguiti per 40 anni. I risultati della ricerca furono inequivocabili: tra le popolazioni che si affacciavano sul mediterraneo, la cui alimentazione era ricca di pasta, prodotti ortofrutticoli, pesce e olio d’oliva, la mortalità per cardiopatia ischemica era molto più bassa rispetto agli altri paesi. Oltre alla prevenzione cardiovascolare, negli anni successivi, sono stati indagati altri aspetti preventivi legati a questo stile alimentare e in numerosi studi scientifici son stati messi in luce effetti protettivi nei confronti delle patologie neoplastiche (l’aderenza alla dieta mediterranea riduce il rischio di morte per cause tumorali del 24%), dell’Alzheimer e del Parkinson, del diabete (la dieta mediterranea riduce il rischio del 83%), dell’obesità e più in generale una riduzione della mortalità.

Nel Novembre del 2010 la “Dieta Mediterranea” è stata dichiarata patrimonio immateriale dell’umanità dall’UNESCO non solo per la sua valenza culturale, storica e sociale ma anche per le sue dimostrate capacità protettive nei confronti della salute che si possono riepilogare nei seguenti punti:

  • Ha effetti favorevoli nei confronti della concentrazione delle lipoproteine circolanti
  • Stimola la vasodilatazione endoteliale
  • Migliora la sensibilità insulinica
  • Riduce il rischio di sviluppare la sindrome metabolica
  • Aumenta le capacità antiossidanti dell’organismo
  • Riduce la mortalità per malattie cardiovascolari
  • Riduce l’incidenza dei tumori

La Dieta Mediterranea (DM) è caratterizzata dalla quotidiana assunzione dei seguenti alimenti:

  1. Frutta e Verdura; a pranzo e cena e durante mattinata e nel pomeriggio. Sono la base della dieta meditarranea e, a fronte di un scarso apporto energetico, garantiscono un introito di sostanze antiossidanti, di fibre alimentari, di sali e vitamine fondamentali per la salute. Le diete ricche di frutta e verdura producono un sostanziale miglioramento dei fattori di rischio cardiovascolare, tra cui la pressione arteriosa e l’assetto lipidico, riducono la resistenza insulinica, i livelli di marcatori di infiammazione, migliorano la funzione endoteliale e aiutano nel controllo del peso corporeo. E’ sempre meglio scegliere verdura e frutta di stagione per evitare che la conservazione e i tempi legati al trasporto possano ridurre la qualità e la biodisponibilità degli elementi presenti in questi alimenti.
  2. Cereali Integrali; sono più ricchi di agenti antiossidanti e di fibre, rispetto ai cereali raffinati, e per questo hanno un minore indice glicemico (comportano cioè un aumento della glicemia più lento e graduale così che, anche in presenza di una resistenza all’azione dell’insulina, il meccanismo d’interazione tra insulina e ligando è più efficace). Gli alimenti da cereali integrali riducono sostanzialmente il rischio di malattie croniche come il diabete, prevengono lo sviluppo di tumori e di patologie cardiovascolari. Le tipologie di cereali più ricche di fibre e sostanze antiossidanti sono l’orzo, il miglio, l’avena, il frumento duro e tenero e il sorgo.
  3. Noci e altra frutta in guscio; con uno spiccato valore nutrizionale ma anche un elevata concentrazione di acidi grassi salutari e antiossidanti. La frutta in guscio ha dimostrato di avere un effetto benefico sulla pressione, sul profilo lipidico, sull’infiammazione, sulla reattività vascolare, sullo stress ossidativo e sui tumori. La caratteristica principale della frutta in guscio, specialmente per quanto riguarda le noci, è quella di fornire un ottimo apporto di omega 3 che, inoltre, risultano in perfetto equilibrio con le concentrazioni di omega 6. L’importanza di assumere omega 3 e omega 6 nel giusto rapporto risiede nel fatto che entrambi questi acidi grassi vengono trasformati dagli stessi enzimi che produrranno rispettivamente sostanze antiaggreganti, vasoprotettive e antitrombotiche (prostaglandine 1 e prostaglandine 3) dagli omega 3 e sostanze pro-infiammatorie e pro-trombotiche (prostaglandine 2) dagli omega 6. L’eccessiva assunzione di omega 6 può sbilanciare l’equilibrio nella produzione delle prostaglandine verso quelle con effetti dannosi per la salute. La frutta in guscio inoltre è un’ottima fonte di Arginina che, a sua volta, è il precursore per la produzione del monossido d’azoto che ha effetti vasodilatatori protettivi per la salute delle arterie.
  4. Olio d’Oliva; è la principale fonte di grassi della DM, è costituito per il 98% da trigliceridi tra cui  il più importante è l’acido oleico che ha la capacità di migliorare l’assetto lipidico, riduce la tendenza all’infiammazione, ha effetti antiossidanti, antiaggreganti e ipotensivi. Altri componenti dell’olio d’oliva sono i fitosteroli che, avendo proprietà antiossidanti, prevengono l’invecchiamento della pelle, la comparsa di tumori e l’aterosclerosi.
  5. Prodotti d’origine marina; pesci e altri alimenti marini, ricchi di proteine, di vitamina D, selenio e acidi grassi polinsaturi a catena lunga (Omega 3). Questi alimenti, e in particolare i grassi, hanno dimostrato di avere effetti cardioprotettivi (riducono i trigliceridi circolanti, la pressione e la frequenza cardiaca), anti-aggreganti, e antinfiammatori. L’abituale consumo di pesce è associato ad una minore incidenza di malattia cordiovascolare, di ictus eschemico e di patologie tumorali. Le tipologie di pesci più ricchi di omega 3 sono le acciughe, le aringhe, il salmone, lo sgombro, le sardine, il pesce spada ( più in generale il pesce azzurro).
  6. Latte e prodotti lattiero-caseari; hanno dimostrato la capacità di ridurre la pressione arteriosa,di migliorare l’assetto lipidico, la risposta all’insulina da parte delle cellule e inoltre sembrano capaci di migliorare la funzione endoteliale. Sono da preferire i prodotti col minor contenuto di grassi come il latte o lo yogurt.
  7. Vino; anche il consumo quotidiano di un bicchiere di vino per le donne e due per l’uomo (massimi dosaggi consigliati) è di diritto parte costituente della DM. Mentre l’eccessiva assunzione di alcool può causare patologie cardiovascolari che incrementano il rischio di fibrillazione atriale (causata dall’effetto cardiotossico che induce una cardiomiopatia dilattativa non-ischemica) l’assunzione moderata di vino, in particolar modo del vino rosso, ha dimostrato di avere effetti antinfiammatori, di aumentare il colesterolo HDL (colesterolo buono) e di migliorare l’insulino sensibilità. Oltre agli effetti dovuti all’alcool il vino rosso, grazie all’elevata concentrazione di resveratrolo (potente antiossidante), ha dimostrato di avere effetti protettivi agendo come antinfiammatorio, antiossidante e antitumorale.

Per fare in modo che la Dieta Mediterranea possa esplicare i suoi effetti protettivi sulla salute è necessario anche evitare o consumare solo occasionalmente alcuni alimenti.

-    Grassi, oli o alimenti contenenti grassi idrogenati: mai

-    Carni lavorate (salsicce, hot dog, salumi): massimo 2 porzioni (50 g) a settimana

-    Bevande zuccherate e dolciumi: massimo 5 porzioni a settimana

-    Alcool: in dosaggi superiori a quelli indicati come sicuri e protettivi

Sperando ancora una volta di avervi dato utili consigli auguro a tutti una buona dieta… mediterranea.

Dott. Pablo Belfiori

Ogni stagione da i suoi frutti

Spesso sentiamo parlare di frutta o verdura di stagione ed io stesso ho più volte accennato alla necessità di scegliere i prodotti della terra in funzione della stagionalità; tuttavia non sempre si conoscono quali alimenti vengono prodotti in questo o in quell’altro periodo dell’anno e credo sia opportuno spiegare le motivazioni che sono alla base di queste scelte.

I motivi per cui è importante preferire la frutta e la verdura nella loro stagione di raccolta sono quattro.

  1. Dal punto di vista qualitativo hanno un gusto migliore e apportano vitamine e sali minerali più facili da assorbire e utilizzare rispetto a quelle importate.
  2. Dal punto di vista igienico sono più sane, essendo state prodotte sul territorio, rispetto a quelle provenienti da paesi lontani. I prodotti della nostra terra non vengono trattati in alcun modo per la loro conservazione e, come accade per i prodotti importati dai paesi extracomunitari, dove le regole per la sicurezza alimentare spesso sono carenti, non subiscono trattamenti con sostanze pericolose per la salute.
  3. Dal punto di vista economico le verdure e i frutti di stagione hanno un costo minore rispetto ai prodotti importati.
  4. Dal punto di vista ecologico, non avendo viaggiato per chilometri in navi, treni o camion, hanno un impatto sull’inquinamento minore rispetto ai prodotti locali

Per riepilogare quali sono i frutti e le verdure nelle quattro stagioni ho realizzato due grafici, di facile consultazione e abbastanza esaustivi.

Frutta di stagione

Verdura di stagione

 Sperando, come sempre, di avervi dato qualche utile consiglio auguro a tutti una buona dieta

Dott. Pablo Belfiori

La salute è una questione di equilibrio.

Oggi vorrei parlarvi dei rischi relativi ai regimi alimentari eccessivamente ricchi di proteine di origine animale (diete iperproteiche) e di altri alimenti che possono provocare una riduzione del pH organico responsabile di una modifica dell’equilibrio acido-base verso l’acidosi.

L’acidosi metabolica cronica che deriva da una alimentazione troppo carnivora può causare numerosi disturbi tra i quali l’osteoporosi, la comparsa di calcoli renali, la perdita di massa magra e muscolare e il diabete di tipo II. In relazione a quest’ultima patologia recentemente, sull’autorevole rivista “diabetologia”, è stata pubblicata una ricerca nella quale si è trovata una importante associazione tra le diete ricche di sostanze acidogene (capaci di abbassare il pH corporeo) e la comparsa di diabete. Il meccanismo fisiologico che è alla base di questo fenomeno è relativo alla ridotta sensibilità all’insulina provocata dalla riduzione del pH nel sangue. In presenza di un ambiente acido l’efficacia del legame insulina-recettore è ridotta e di conseguenza la glicemia tenderà ad aumentare così come aumenterà il rilascio di insulina da parte del pancreas (iperinsulinemia). Questo studio, per il quale sono state arruolate più di 60000 donne che son state seguite per 14 anni, ha dimostrato una inequivocabile correlazione tra l’alimentazione ricca di alimenti acidogeni e la comparsa di nuovi casi di diabete.

Il metabolismo delle cellule e le reazioni enzimatiche, per poter essere efficaci, devono avvenire ad un pH neutro o leggermente alcalino (pH 7,3). Per il mantenimento del pH ottimale l’organismo possiede diverse armi efficaci tra cui le più importanti sono la respirazione (aumentando la frequenza del respiro si eliminano maggiori quantità di anidride carbonica che è acida), l’eliminazione a livello renale di maggiori quantità di ioni acidi e i sistemi tampone che contrastano direttamente l’acidità (bicarbonato di sodio). Questo delicato equilibrio si può sbilanciare principalmente quando si ha una compromissione della funzione polmonare (acidosi o alcalosi respiratoria) o renale (acidosi o alcalosi metabolica) ma anche altre condizioni possono influenzare il pH organico. In alcune circostanze la produzione di metaboliti acidi può aumentare a tal punto da determinare acidosi: a causa di una severa anaerobiosi, come ad esempio per un collasso cardiocircolatorio o per uno sforzo fisico eccessivamente intenso e prolungato, vengono prodotte elevate quantità di acido lattico che l’organismo non riesce a compensare con i normali sistemi tampone o a seguito di un digiuno prolungato o per un diabete mellito scompensato (chetoacidosi) in cui si verifica un eccessivo catabolismo di lipidi e proteine che determinano un aumento dei chetoni circolanti (i chetoni sono acidi), infine anche le scelte alimentari possono influire sull’equilibrio acido-base fisiologico.

Gli alimenti possono essere distinti in acidificanti (abbassano il pH), neutri e alcalinizzanti (alzano i pH) in funzione del PRAL (Potential Renal Acid Load) che è un indice capace di valutare, non tanto il pH di un alimento, quanto la capacità, nell’interazione con l’organismo umano, di aumentare o abbassare il pH. Questo indice, rappresentato da un numero, può avere il segno (+) se quell’alimento induce un aumento dell’acidità o il segno (-) se induce una diminuzione di acidità.

Una dieta troppo ricca di alimenti acidificanti e povera di alimenti alcalinizzanti provoca un aumento dell’escrezione renale di Calcio (che viene recuperato dalle ossa per mettere in circolo bicarbonati che hanno un effetto tampone), e questo rappresenta un fattore di rischio per l’osteoporosi, la diminuzione del pH inoltre può associarsi ad una ridotta capacità metabolica dell’organismo con conseguente riduzione delle difese immunitarie, inappetenza, nervosismo, insonnia e, come già detto, la tendenza ad andare verso il diabete di tipo II.

Gli alimenti che hanno il maggior potere acidificante sono (tra parentesi il valore PRAL):

  • I farinacei: in particolare il riso (+12,5), i fiocchi d’avena (+10,4), la pasta (+6,5), corn-flakes (+6), pane bianco (+3,7).
  • I legumi: lenticchie (+3,5), fagioli (+1,2)
  • La carne: carni in scatola (+13,2), salame (+11,6), tacchino (+9,9) vitello (+9), pollo (+8,7), maiale (+7,9), manzo (+7,8), salsiccia (+6,7),
  • Il pesce: trota (+10,8), merluzzo (+7), acciughe (+7)
  • Il latte e i latticini: grana (+34,2), cheddar (26,4), camambert (14,6)
  • le uova: soprattutto il tuorlo (+23,4)
  • La frutta secca: arachidi (+8,3), noci (+6,8)
  • Le bevande a base di cola (+0,5)

Gli alimenti che hanno invece un maggior effetto alcalinizzante sono:

  • Le verdure fresche: spinaci (-14), rucola (-7,5), sedani (-5,2), carote (-4,9), zucchine (-4,6), cavoletti di Bruxelles (-4,5), cavolfiori (-4), patate (-4), melanzane (-3,4), fagiolini (-3,1), lattuga (-2,5)
  • La frutta fresca: uva passa (-21), fichi secchi (-18,1) mirtilli (-6,5), banane (-5,5), albicocche (-4,8), kiwi (-4,1), uva (-3,9), arance (-2,9), limoni (-2,6), fragole (-2,2)
  • Anche il vino rosso ha, seppur blando, un effetto alcalinizzante (-2,4)

Gli alimenti neutri, che non influenzano il pH dell’organismo sono

  • I grassi vegetali e animali: olio d’oliva (0), burro (+0,5)
  • La birra (-0,2)
  • Le tisane (-0,3)
  • Lo zucchero (-0,1) e il miele (-0,3)

In definitiva per prevenire gli effetti negativi derivanti da una dieta ricca di alimenti acidificanti i suggerimenti sono:

  1. Cercate di compensare con altrettanti alimenti alcalinizzanti: quindi a tavola non dovranno mai mancare abbondanti porzioni di verdure e frutta fresca, meglio se di stagione.

  2. Dovreste evitare di assumere troppo frequentemente carne o insaccati (max due volte a settimana), formaggi stagionati o semi stagionati e uova.

  3. Un ottimo modo per cominciare la giornata consiste nel bere un bicchiere d’acqua tiepida con dentro il succo di un limone che pur essendo un alimento ricco di acido (acido citrico) a livello metabolico ha un effetto alcalinizzante e depurante.

  4. Fate regolare attività fisica ma non esagerate con sedute di allenamento troppo intense e durature. Questo permette anche di contrastare la demineralizzazione ossea indotta dall’acidosi.

  5. Bevete frequentemente acqua, almeno un litro e mezzo al giorno, preferendo acque oligominerali. Anche l’acqua alcalina ionizzata può essere una buona fonte di ioni anti-acidità.

Nella speranza di avervi dato qualche utile suggerimento auguro a tutti voi una buona dieta.

Dott. Pablo Belfiori

Vegetariano si, vegetariano no…. a voi la scelta

Negli ultimi tempi, più frequentemente che in passato, mi capita di visitare pazienti vegetariani o vegani e spesso mi sono sentito chiedere, da pazienti che precedentemente avevano una alimentazione onnivora, consigli e rassicurazioni per diventare vegetariani. La scelta del vegetariano può nascere da motivazioni salutistiche, etiche o ambientali (orientate alla salvaguardia del pianeta) che pur non essendo discutibili sono, a mio avviso, degne di essere analizzate.

Innanzi tutto per “dieta vegetariana” si intende un regime alimentare che prevede l’esclusione di una o più categorie di alimenti di origine animale associata, se ben strutturata ed equilibrata, all’introduzione di proteine di origine vegetale derivanti dai legumi, dalla soia e da altri alimenti.

Esistono alcune varianti di vegetarianesimo.

  • Dieta latto-ovo vegetariana: vengono escluse dall’alimentazione gli alimenti che per essere prodotti comportano la morte dell’animale (tutti i tipi di carne e di pesce). Sono concessi le uova, il latte e i suoi derivati.

  • Dieta latto-vegetariana: in questa variante oltre alla carne e al pesce vengono escluse anche le uova che potenzialmente avrebbero potuto generare nuovi animali.

  • Dieta vegana: sono esclusi dall’alimentazione tutte le sostanze che derivano dagli animali o dal loro sfruttamento (carne, pesce, latte, uova, miele)

  • Dieta semi-vegetariana: in questa variante più moderata l’alimentazione comprende latte e derivati, uova, pesce e occasionalmente carne (solitamente pollo o tacchino).

Il secondo punto che vorrei analizzare è quello relativo alle motivazioni che spingono le persone ad intraprendere questo tipo di scelta.

Per l’aspetto etico c’è poco da dire, ognuno è libero di scegliere come comportarsi e come alimentarsi, nel rispetto reciproco.

Per quanto riguarda le motivazioni ambientali non si può che essere d’accordo. È dimostrato che dall’allevamento intensivo degli animali deriva:

  1. un enorme consumo di acqua potabile

  2. la produzione di una gigantesca quantità di gas serra superiore a quella derivante dal traffico dei veicoli a motore su strada

  3. il territorio utilizzato per la produzione dei mangimi supera notevolmente quello destinato alla produzione di alimenti vegetali.

Esiste quindi uno squilibrio che, in considerazione del progressivo aumento della popolazione mondiale, ha in se potenzialità devastanti per il nostro pianeta.

Per quanto riguarda l’aspetto salutistico mi sento di fare una precisazione: molte ricerche evidenziano dei benefici per la salute (che vedremo dopo) nella scelta vegetariana ma spesso queste stesse ricerche contengono un errore di fondo. Essere vegetariani e ancor di più vegani implica una maggiore attenzione per le scelte alimentari e in generale uno stile di vita più “salutistico” (i vegetariani sono frequentemente astemi, non fumano, fanno sport e sono tendenzialmente più attenti alla loro salute) rispetto alla popolazione in generale. Se facciamo un confronto tra un gruppo di persone vegetariane e un gruppo di non vegetariani, includendo in questo seconda categoria anche chi non segue una dieta equilibrata e appropriata dal punto di vista calorico e non si cura di se, troveremo senza dubbio delle differenze che si riducono se la popolazione dei non vegetariani fosse selezionata tra persone più attente allo stile di vita. È un po’ come se volessimo valutare se i cattolici praticanti sono più eleganti dei non praticanti osservando i primi all’uscita dalle chiese e i secondi in giro per le strade. É intuibile che l’abbigliamento scelto per andare in chiesa la domenica sarà in generale più ricercato rispetto a quello scelto nella quotidianità.

Numerose ricerche scientifiche, in ogni caso, evidenziano dei benefici notevoli derivanti dalla scelta di una dieta vegetariana. Questi riguardano:

  • Il peso corporeo che generalmente è minore e più vicino a quello ideale nei vegetariani rispetto agli onnivori.

  • La minore tendenza a sviluppare patologie di tipo tumorale sopratutto a carico dell’apparato digerente e della mammella.

  • Una minore incidenza di patologie cardiovascolari.

  • La presenza di livelli inferiori di colesterolo totale e LDL (colesterolo cattivo).

  • La minore frequenza di ipertensione, di diabete e di patologie renali.

Detto ciò sembrerebbe inevitabile, per salvaguardarsi da tutte queste condizioni patologiche, intraprendere una scelta di tipo vegetariano. In realtà i benefici su elencati sono fondamentalmente da attribuirsi alla maggior attenzione che i vegetariani hanno nell’assumere quotidianamente elevate quantità di verdure e di frutta. Un onnivoro che segue un’alimentazione equilibrata e proporzionata alle sue esigenze, che varia le sue scelte, che assume alimenti ricchi di fibre e antiossidanti come verdura e frutta ad ogni pasto, che fa movimento ed evita certe modalità di cottura (arrosti o fritture) avrà anch’esso minori probabilità di andare in contro a queste alterazioni.

Esistono però anche dei potenziali problemi di salute legati alla scelta vegetariana poiché gli alimenti di origine vegetale sono carenti di alcune sostanze:

  • Vitamina B12: gli alimenti vegetali non contengono quantità significative di questa vitamina e di conseguenza i vegani dovrebbero consumare cibi fortificati (cereali, latte vegetale o prodotti a base di soia) o assumere degli integratori. I latto-ovo vegetariani non corrono invece alcun rischio in questo senso. La cianocobalamina (vit. B12) è essenziale per la sintesi dell’emoglobina e carenze protratte possono essere alla base di anemie megaloblastiche e di problemi neurologici.

  • Vitamina D: anche questa vitamina è scarsamente presente nei vegetali e la sua carenza si associa a patologie di tipo osteo-muscolari (osteoporosi, osteomalacia, rachitismo, deformazioni ossee e debolezza muscolare). Sarà essenziale assumere alimenti fortificati o integratori e in ogni caso è utile esporsi alla luce del sole poiché questa induce la pelle a produrre vitamina D.

  • Omega 3: le diete che escludono i prodotti di origine marina, generalmente molto ricchi di questo acido grasso essenziale, possono risultare povere di omega 3. Sarà necessario integrarlo o mangiare spesso alimenti vegetali che lo contengono come le alghe, oli vegetali e la frutta secca (olio di semi di lino, di soia, di canola e noci). Dagli Omega 3 derivano due acidi grassi essenziali: l’acido eicosapentaenoico EPA (che ha effetti antinfiammatori) e l’acido docosaesaenoico DHA (fondamentale per la crescita cerebrale e utile per ridurre il rischio di sviluppare l’Alzheiner).

  • Ferro: alcuni prodotti vegetali contengono buone quantità di ferro ma la sua forma chimica è diversa rispetto a quella di origine animale, risultando meno assorbibile ed utilizzabile, e inoltre questo minerale è spesso associato, nei vegetali, ad altre sostanze che ne limitano l’assorbimento (fitati). Per evitare carenze e conseguenti anemie è necessario fare attenzione ai metodi di preparazione dei legumi, dei cereali e di alcune verdure (ammollo, germogliazione, fermentazione) e aumentare l’assunzione di vitamina C (che aiuta ad assorbire il ferro a livello intestinale).

In conclusione se si decide di intraprendere un dieta vegetariana, qualunque sia la motivazione, sarebbe opportuno informarsi e farsi seguire da uno specialista per concordare la giusta combinazione degli alimenti e i metodi di cottura ideali onde evitare di andare incontro ad eventuali carenze e deficit funzionali.

Nella speranza di avervi dato qualche utile suggerimento auguro a voi tutti una buona dieta.

Dott. Pablo Belfiori

Capelli sani in corpore sano

Uno dei problemi che si associano più frequentemente alla perdita del peso corporeo, specialmente se questa riduzione è importante e si realizza in breve tempo, è la perdita o l’indebolimento dei capelli.

La salute della nostra chiama è indissolubilmente legata all’alimentazione sia per quanto riguarda l’apporto di elementi essenziali che in relazione ad un adeguato introito energetico. Una dieta eccessivamente restrittiva comporterà un danno generalizzato all’organismo con conseguente indebolimento anche dei capelli che tenderanno con più facilità a sfibrarsi, a perdere lucentezza e diventeranno più deboli. In questo post cercherò di darvi qualche consiglio per evitare di andare in contro a questo spiacevo inconveniente.

La prima considerazione è relativa alla composizione chimica del capello: in percentuale variabile dal 70% al 95% esso è comporto da proteine tra le quali la più rappresentata è la Cheratina. A sua volta nella composizione della cheratina i due aminoacidi più importanti sono la lisina, che è un aminoacido essenziale (il nostro organismo non è quindi capace di sintetizzarla) e la cistina.    La carenza di questi due elementi si associa ad un indebolimento della struttura del capello con conseguente aumentato rischio di caduta.

  • Gli alimenti ricchi di Cistina sono le noci, la carne di manzo, di maiale e di pollo e i fiocchi d’avena.
  • Sono invece ricchi di Lisina, che è anche fondamentale per la sintesi della vitamina B3 (Niacina), la carne di maiale e di pollo, il formaggio, il merluzzo, la soia e i legumi.

Per migliorare la tenuta dei capelli e la loro salute è anche fondamentale assumere una adeguata quantità di vitamine. A questo riguardo le più importanti sono:

  • Vitamina A: sotto forma di retinolo (origine animale) la troviamo nell‘olio di fegato di merluzzo, nel latte e nelle uova. Sotto forma di beta carotene (origine vegetale) la troviamo nelle carote, nella zucca, negli spinaci e nelle albicocche. La vitamina A è un buon antiossidante ed è essenziale per la replicazione cellulare.
  • Vitamina E: la troviamo negli oli vegetali (olio extravergine d’oliva in primis) e nei cereali integrali. E’ un ottimo antiossidante e contrasta gli effetti negativi dei radicali liberi che possono causare anche l’indebolimento e la caduta dei capelli.
  • Vitamina H: nota come Biotina è presente della carne, nell’uovo, nel cioccolato, nella frutta secca ma anche nel latte e nei suoi derivati. Questa vitamina è fondamentale per crescita dei capelli e per la prevenzione della loro caduta.
  • Vitamina B5: nota come acido pantotenico è presente in tantissimi alimenti sia di origine vegetale che animale. Questa sostanza gioca un ruolo chiave nella salute della pelle e del cuoio capelluto
  • Vitamina B12: nota come cianocobalamina, è presente nel fegato del bovino, nei pesci grassi come il salmone, le sardine, lo sgombro (che essendo anche ricchi di acidi grassi omega 3 hanno un ruolo protettivo per la salute del cuoio capelluto per il loro effetto antiossidante) e nell’uovo. La cianocobalamina è importante per la moltiplicazione delle cellule del bulbo pilifero.

Per mantenere un buono stato di salute dei nostri capelli sono anche importanti alcuni sali minerali

  • Il ferro (Fe): è fondamentale per la sintesi dell’emoglobina e per l’ossigenazione del sangue e dei tessuti. Questo minerale è presente negli alimenti di origine animale (prevalentemente nella carne) ma anche in quelli di origine vegetale come legumi, rucola, radicchio, spinaci e patate.

    Lo zinco (Zn): Stimola la crescita dei capelli e regolarizza la produzione del sebo sul cuoio capelluto. Possiamo trovare questo minerale nella carne, nella frutta secca, nei prodotti ittici e nei legumi.

Un altro rimedio utile per prevenire la calvizie, ma salutare anche per molte altre ragioni, è il te verde non solo bevuto sotto forma di infuso ma anche utilizzandolo attraverso frizioni sul cuoio capelluto. Il suo elevato contenuto di antiossidanti favorisce l’equilibrio nella produzione del sebo, stimola la ricrescita dei capelli e li rinforza.

Le scelte alimentari, quindi, influenzano non poco la salute dei nostri capelli che tuttavia possono risultare deboli e sfibrati anche per cause differenti. Lo stress, il fumo di sigaretta, il calore che si sprigiona usando la piastra per i capelli o tenendo il phon troppo vicino alla testa, l’eccessiva frequenza dei lavaggi, l’uso di uno shampoo aggressivo, asciugarsi la testa con l’asciugamano usando troppa energia, l’uso di pettini con maglie troppo strette sono tutti fattori implicati nell’indebolimento della struttura dei capelli. Esistono anche dei fattori genetici da non trascurare che possono, in particolare per gli uomini, rendere vano ogni tentativo: in questi casi il trapianto è l’unica strada

Per concludere, come avviene nella maggior parte dei casi, lo stile di vita associato all’alimentazione costituiscono i due cardini attraverso i quali può realizzarsi un miglioramento della nostra salute anche in relazione ai nostri capelli.

Buolna dieta a tutti

Dott. Pablo Belfiori

Come difendersi dalla ritenzione idrica

Spesso nel mio lavoro mi capita di parlare della ritenzione idrica e altrettanto spesso capita che le variazioni del peso corporeo siano imputabili proprio a questo fenomeno di cui oggi vorrei parlarvi. Il nostro organismo è composto da numerosi elementi tra i quali i più importanti sono i muscoli, le ossa, i tegumenti, il grasso e l’acqua. Quest’ultima è presente in modo variabile a seconda dell’età (nei bambini è maggiore rispetto alle persone anziane) del sesso (le donne hanno una quantità d’acqua minore rispetto agli uomini perché sono più povere di massa muscolare che contiene molta acqua) e varia notevolmente in funzione dello stile di vita.

L’acqua corporea è distribuita nei due compartimenti intracellulare ed extracellulare e le percentuali con cui cui si distribuisce variano in funzione, ancora una volta, dell’età e del sesso.

Quando la quantità di acqua extracellulare aumenta rispetto ai valori ideali compare la famigerata ritenzione idrica.

All’origine di questo disturbo, che prevalentemente interessa il sesso femminile, si possono individuare diverse cause tant’è che la ritenzione idrica può essere suddivisa in 4 categorie a seconda dei fattori aziopatologici che la determinano.

  • Ritenzione idrica primaria: in presenza di un’insufficienza venosa o linfatica si verifica un ristagno di liquidi che accumulandosi negli spazi interstiziali (tra una cellula e l’altra) danno luogo ad un edema, particolarmente evidente agli arti inferiori, che viene evidenziato dal segno della “fovea” (si preme per qualche secondo col pollice sulla parte anteriore della coscia o della gamba e, dopo aver tolto il dito, si verifica la permanenza dell’impronta)

  • Ritenzione idrica iatrogena: è dovuta all’abuso di farmaci come antiinfiammatori e cortisonici o all’uso di contraccettivi o di terapie ormonali sostitutive.

  • Ritenzione idrica alimentare: alcuni alimenti contengono sostanze che possono influenzare l’accumulo di liquidi tra cui i principali imputati sono il sodio o più semplicemente il sale (che è cloruro di sodio) e il glutammato (presente nei dadi da cucina).

  • Ritenzione idrica secondaria: alcune patologie possono causare ritenzione idrica e tra queste le più importanti sono l’insufficienza renale, l’ipertensione, l’insufficienza cardiaca e il linfedema.

In assenza di patologie che possano giustificare la presenza di questo disturbo il maggiore responsabile della ritenzione idrica è lo stile di vita. Abitudini affatto salutari come il fumo, il consumo di alcolici e alimenti salati, l’abuso di farmaci o caffè, l’uso di scarpe coi tacchi alti, la sedentarietà e il sovrappeso sono i principali responsabili.

Il ristagno dei liquidi è generalmente superiore nelle zone predisposte all’accumulo di grasso come l’addome, i fianchi e le cosce. In queste sedi, poiché la circolazione sia venosa che linfatica può essere alterata dall’accumulo di tessuto adiposo, si accumuleranno, insieme ai liquidi, anche tossine capaci di alterare ulteriormente il metabolismo di questi tessuti.

Modificare lo stile di vita rappresenta l’arma principale per contrastare o prevenire la comparsa della ritenzione. A questo proposito i principi basilari per ottenere dei miglioramenti sono:

  • Bere molta acqua: la quantità è variabile (un litro e mezzo/due litri) in funzione della stagione (se si suda bisogna aumentarla) e dell’attività che si svolge. L’ideale sarebbe bere acqua oligominerale il più frequentemente possibile ogni volta in piccole quantità.  In generale la quantità di sodio contenuta nell’acqua andrebbe ridotta anche se generalmente essa non super i 10 mg per litro (sono quindi necessari 100 litri per arrivare ad un grammo di sodio!!!). La quantità di sodio concessa in una dieta non deve superare i 5 grammi al giorno e in presenza di ritenzione marcata sarebbe preferibile ridurlo ulteriormente. In questi casi può essere utile usare spezie e aromi per insaporire i cibi utilizzando quindi una quantità di sale sempre minore. Un toccasana per depurare l’organismo consiste nel bere un bicchiere d’acqua tiepida con dentro il succo di un limone al mattino dopo il risveglio e prima della colazione.

  • Fare attività fisica: il movimento, se costante, è in assoluto l’arma più efficace per riattivare il microcircolo e migliorare la distribuzione dei liquidi. L’attività più indicata è la camminata a passo svelto, con scarpe comode e su un terreno morbido. La corsa, lo spinning, il bodybuilding e in generale gli sport che comportano un frequente impatto col terreno (pallacanestro, tennis, pallavolo) sono invece controindicati. Anche l’attività in acqua come il nuoto o l’acquagym, poiché praticate immersi in un liquido che ha un effetto massaggiante, possono dare un buon risultato nella riduzione della ritenzione.

  • Dimagrire: Il sovrappeso e l’obesità sono tra i maggiori responsabili della ritenzione idrica poiché causano un rallentamento della diuresi e quindi un più facile ristagno dei liquidi.

  • Modificare alcune abitudini: ridurre o eliminare il fumo di sigaretta, evitare gli alcolici, eliminare dalla tavola alimenti conservati sotto sale o ricchi di sodio (insaccati, patatine fritte, formaggi stagionati), limitare l’uso di scarpe coi tacchi alti ed evitare di restare fermi per lungo tempo in piedi o seduti. Questi accorgimenti sono di fondamentale importanza pere condurre uno stile di vita sano che oltre a limitare l’accumulo di liquidi negli spazi interstiziali aiuta a ridurre l’accumulo di tossine.

  • Mangiare in modo sano: una dieta ad alto contenuto di frutta e verdura apporta sia fibra alimentare che aumenta la motilità intestinale e riduce quindi il rischio che compaia la stitichezza (fenomeno che ostacola il ritorno venoso favorendo la comparsa della ritenzione), che altre sostanze utili nel contrastare il ristagno dei liquidi, l’accumulo di tossine e nel rinforzare la struttura dei vasi sanguigni. Gli alimenti utili alla prevenzione e alla cura della ritenzione sono:

    • le verdure come come i broccoli, i cavoli, cavoletti di bruxelles, cavolfiori, cipolla e aglio che hanno un effetto detossificante.

    • la frutta come gli agrumi, le fragole e i kiwi e le verdure come i peperoni, il radicchio, gli spinaci o le patate (specialmente se novelle) che essendo ricchi di vitamina C (acido ascorbico) avranno un effetto protettivo sulla struttura del collagene dei vasi grazie al quale le pareti vascolari potranno conservare la loro elasticità.

    • alimenti come i cetrioli, il sedano, il pomodoro, i carciofi, il prezzemolo, i frutti rossi, l’anguria e il limone che hanno un effetto diuretico che facilita quindi l’eliminazione dei liquidi in eccesso.

Sperando come sempre di avervi dato qualche utile consiglio auguro a tutti una buona dieta

Dott. Pablo Belfiori