Monthly Archive for Giugno 2013

Quando lo sgarro alimentare crea dipendenza

Da una ricerca pubblicata alcuni giorni fa sull’autorevole rivista scientifica “American Journal of Clinical Nutrition” si apprendono alcune novità in relazione all’assunzione di alimenti con elevato indice glicemico.

Come riportato in alcuni post precedenti del mio blog l’indice glicemico (IG) esprime la capacità che un alimento ha di provocare un rapido aumento della glicemia. Due alimenti che contengono la stessa quantità di carboidrati possono differenziarsi in modo sostanzioso proprio in funzione della loro capacità di produrre un differente incremento della glicemia. I carboidrati con elevato IG, come lo zucchero, i dolci, il pane bianco o le patate causano un aumento della glicemia più rapido rispetto ai carboidrati con basso IG, come il pane integrale o i cereali, che inducono un aumento più lento. Quando un alimento induce un rapido aumento della glicemia il nostro organismo risponde producendo una elevata quantità di insulina il che provocherà una rapida diminuzione della glicemia stessa; questo calo repentino sarà successivamente causa di un ulteriore desiderio di alimenti dolci. Si instaura così un circolo vizioso che ci porterà a mangiare frequentemente cibi ricchi di zucchero con conseguente aumento di peso e rischi correlati all’insorgenza del diabete. Oggi sappiamo che questo meccanismo non è l’unico responsabile della “dipendenza” da dolci che alcune persone hanno.

I ricercatori che hanno pubblicato l’articolo dal titolo “Effects of dietary glycemic index on brain regions related to reward and craving in men” hanno studiato le risonanze magnetiche del cervello di alcuni pazienti che precedentemente avevano assunto o un pasto ricco di carboidrati ad elevato IG o un pasto simile ma con carboidrati a basso IG. A distanza di quattro ore dal pasto è stato possibile evidenziare una differenza di attivazione di alcuni centri del cervello in corrispondenza del “nucleus acumbens” che è un’area critica del nostro sistema nervoso correlata con le dipendenze da sostanze.

Nei soggetti che avevano assunto il pasto ricco di zuccheri ad alto IG questi centri nervosi erano molto più attivi rispetto a quel che si evidenziava nelle risonanze effettuate dopo i pasti con IG inferiore. Quindi i ricercatori hanno riscontrato a livello cerebrale un meccanismo simile, per quanto riguarda i pasti ad alto IG, a quello che si instaura nelle persone che fanno uso di sostanze stupefacenti le quali sono indotte, con un meccanismo di dipendenza fisico e/o psicologico, ad abusarne ulteriormente.

Il desiderio irrefrenabile di mangiare dolci, gelati o di bere bevande zuccherine (specialmente se gasate poiché in questo caso l’assorbimento degli zuccheri è ancor più rapido) anche dopo poche ore dalla precedente “dose” non dipende dalla propria golosità ma da un meccanismo più complesso che riguarda l’equilibrio glicemico affiancato ad una sorta di dipendenza psico-fisica che può causare blande crisi d’astinenza. Spesso non siamo noi che scegliamo cosa mangiare ma è il cibo che ci sceglie.

Nella speranza che il tono pseudo terroristico di questo mio articolo non abbia urtato eccessivamente la vostra sensibilità auguro a tutti un buona dieta.

Dott. Pablo Belfiori

Fare il bagno dopo aver mangiato è realmente pericoloso?

La stagione balneare è ormai cominciata e come tutti gli anni la popolazione dei bagnanti si dividerà in due grosse categorie, da un lato troviamo chi si fa il bagno sempre e comunque anche a stomaco pieno, dall’altra le persone che evitano di immergersi dopo aver mangiato. Ovviamente gli appartenenti al primo gruppo cercheranno di convincere gli altri che non si corre nessun rischio, si tufferanno spavaldi ostentando l’assoluta certezza di non correre alcun pericolo (alcuni fingeranno di star male… ovviamente). Quelli che invece attendono pazienti per tre ore sotto l’ombrellone argomenteranno la loro scelta riportando casi di cronaca nera e cercheranno di salvare i loro vicini di ombrellone impedendogli un tuffo potenzialmente mortale… Dove sta la verità? Si tratta di un falso mito oppure il rischio è reale?

Per cominciare vorrei farvi riflettere sul concetto di rischio. Fumare 40 sigarette al giorno ci espone al rischio di sviluppare un tumore al polmone eppure non tutti i forti fumatori hanno questa patologia, guidare ubriachi ci espone al rischio di schiantarci per strada eppure non tutti gli ubriachi che si sono messi alla guida di una macchina hanno avuto un incidente stradale…. Insomma tuffarsi in acqua durante la fase digestiva non causa automaticamente una congestione ma ci espone al rischio che questa si verifichi e poiché, se si verificasse, ci sarebbero grosse probabilità di morire direi che non è il caso di scherzarci troppo. Si tratta in sostanza di una situazione dove ne rapporto tra rischi e benefici la bilancia tende decisamente verso i rischi.

Il motivo per cui è sconsigliabile fare il bagno dopo aver mangiato è sostanzialmente legato al rischio di uno shock termico.

Entriamo nello specifico di quel che accade nel nostro organismo quando ci esponiamo a sbalzi di temperatura. Quando siamo in spiaggia ci esponiamo alla luce del sole che causerebbe un incremento della temperatura corporea, se il nostro organismo non mettesse in atto dei meccanismi protettivi:

  • aumenta la sudorazione (che ci permette di dissipare calore);
  • si ha una vasodilatazione periferica (anch’essa per dissipare calore ed evitare un incremento della temperatura corporea) che tra l’altro è anche causa di un abbassamento della pressione sanguigna;

  • aumenta la sete (introducendo liquidi freschi si limita ulteriormente l’incremento della temperatura).

Quando invece ci esponiamo alle basse temperature o ci immergiamo in mare o in una piscina non riscaldata, in cui la temperatura è ben al di sotto di quella corporea (25° rispetto ai 35° fisiologici), il nostro organismo metterà in atto dei meccanismi compensatori per evitare che la temperatura diminuisca:

  • si instaura una vasocostrizione periferica (per limitare il raffreddamento del sangue);
  • si ha sensazione di freddo (che dovrebbe portarci ad allontanarci da quella situazione o a coprirci);
  • compaiono i brividi, che non sono altro che rapidi spasmi muscolari che hanno l’obbiettivo di produrre calore.

La vasocostrizione periferica riduce il calibro del sistema venoso e provoca un minor ritorno di sangue al cuore il quale, ricevendo meno sangue e riempiendosi in misura ridotta, sarà meno efficace nella sua capacità propulsiva. Per compensare questo fenomeno il cuore aumenterà la frequenza cardiaca, ma solitamente questo non basta a garantire una adeguata gittata sistolica: le camere cardiache si contrarranno a vuoto (visto che il ritorno venoso è ridotto) e si deformeranno nella contrazione. All’interno del cuore vi sono dei recettori (meccanocettori) che avvertono questo disagio e attivano il nervo vago che a sua volta causa una sincope vaso vagale che porta allo svenimento. Svenendo si cadrebbe in terra e l’afflusso di sangue al cervello verrebbe facilitato ma se siamo in mare… si può annegare.

Se a tutto ciò si aggiunge che la digestione ha bisogno di una notevole quantità di sangue che per lo shock termico resta come imprigionata nell’apparato digerente, si può capire come i meccanismi appena spiegati si possano instaurare più precocemente.

Bisogno però fare alcune precisazioni:

  • Lo shock termico si verifica solo quando lo sbalzo di temperatura è rapido, come può avvenire tuffandosi direttamente in acqua, mentre una immersione più lenta e progressiva è molto meno pericolosa.

  • Il meccanismo descritto può verificarsi anche per l’ingestione di bevande o cibi molto freddi che provocando uno shock termico possono anch’esse causare una congestione.

  • Non tutti i cibi hanno bisogno degli stessi tempi digestivi; la carne, gli insaccati, i dolci ma anche la pasta o il pane hanno dei tempi di digestione più lunghi rispetto alla frutta e alla verdura che tra l’altro apportano una maggior quantità di acqua utile per contrastare l’aumento della temperatura corporea.

  • Più cibo ingeriremo più sangue verrà dirottato nel nostro apparato digerente. Bisogna quindi cercare di fare pasti leggeri e ridotti in quantità.

In definitiva i due gruppi di bagnanti potrebbero raggiungere un accordo valutando la possibilità che il bagno dopo pranzo si possa fare solo se questo è stato molto leggero, se l’ingresso in acqua è lento e graduale e se lo sbalzo di temperatura tra spiaggia e acqua non è troppo elevato.

Buona dieta a tutti e buon bagno (comunque meglio se a stomaco vuoto!)

Dott. Pablo Belfiori

La lenticchia: pillola di salute

Oggi vi parlerò delle lenticchie, legume noto a tutti ma nella maggior parte dei casi raramente presente sulle nostre tavole.

Le lenticchie appartengono alla famiglia delle leguminose e sono parte integrante della cucina mediterranea e delle regioni indiane, hanno dei tempi di cottura minori rispetto ad altre leguminose e per questo motivo, nel cuocerle, sono soggette ad una perdita di elementi nutrizionali minori se confrontate con altri legumi che necessitano di cotture più prolungate.

Le sostanze che troviamo nelle lenticchie sono numerose, danno un ottimo apporto proteico (circa 25 grammi ogni etto), apportano anche molti carboidrati (60 grammi per etto) e contengono pochi lipidi (1-2 grammi per etto). Sono una buona fonte di Magnesio, Fosforo, Calcio e Zolfo, mentre sono povere di sodio e relativamente ricche di Potassio. Il Ferro contenuto nelle lenticchie, anche se ben rappresentato (7,5 mg per etto) è di difficile assorbimento a causa del naturale effetto chelante esercitato dai legumi, l’apporto di Selenio dipende invece dal terreno dove le lenticchie vengono coltivate e, a questo proposito, la fortificazione con selenio dei terreni di coltivazione si prospetta come una futura strategia per le popolazioni che hanno carenza di questo minerale.

Le lenticchie sono anche ricche di vitamine come acido folico, tiamina, riboflavina, niacina, acido pantotenico e piridossina. L’apporto di Vitamina K è invece abbastanza scarso (5 microgrammi per un etto) consentendone un uso sicuro nei pazienti che utilizzano anticoagulanti orali (i quali devono limitare l’assunzione di vitamina K). Oltre alle sostanze elencate (micro e macro elementi) le lenticchie sono anche ricche di sostanze bioattive che rendono questo legume un concentrato di salute:

Polifenoli: le lenticchie sono i legumi più ricchi di polifenoli tra cui spiccano i tannini accanto ai flavonoidi (catechine e gallocatechine) e agli acidi fenolici. Il contenuto totale e la biodisponibilità dei polifenoli nelle lenticchie è paragonabile e in certi casi superiore rispetto a quelli presenti nella frutta e nella verdura.

Fitosteroli: i legumi rappresentano la maggiore fonte di fitosteroli in natura e le lenticchie sono tra tutti i legumi quelle più ricche.

Altre importanti sostanze bioattive contenute nelle lenticchie sono l’acido fitico, le saponine, la lectina, la defensina, gli inibitori delle proteasi e la fibra alimentare.

Per merito di tutti questi elementi le lenticchie si sono dimostrate capaci di una fenomenale attività antiossidante e utili nel promuovere la salute su più fronti:

  • A livello caridovascolare hanno dimostrato un effetto protettivo per la loro capacità di abbassare il colesterolo (grazie ai fitosteroli) e di diminuire le concentrazioni circolanti di omocisteina (che è un fattore di rischio cardiovascolare). Il consumo di lenticchie nell’uomo è inversamente associato all’incidenza di malattie cardiovascolari e ipertensione.
  • In relazione al diabete le lenticchie hanno dimostrato di avere un effetto preventivo grazie al loro basso indice glicemico che comporta un incremento della glicemia in tempi più lenti rispetto ad altri alimenti ugualmente ricchi di carboidrati.
  • Nel mantenimento del peso corporeo, oltre al loro basso indice glicemico sono dotate di un ottimo potere saziante, il che le rende ottime alleate nel contrastare l’obesità; diversi studi osservazionali mostrano una relazione inversa tra il consumo di lenticchie e il BMI.
  • Le lenticchie hanno anche un ruolo protettivo in relazione alle patologie tumorali di diversi organi. Le popolazioni che consumano abitualmente lenticchie hanno un rischio di sviluppare tumori del colon, del seno e della prostata minori rispetto alle popolazioni che non ne fanno uso. Il ruolo protettivo è dovuto alla presenza di polifenoli come i flavonoidi ma anche all’acido fitico, ai fitosteroli, alla defensina (che agisce a vari livelli come fattore anti-proliferativo), agli inibitori delle proteasi (capaci di limitare la progressione tumorale e lo sviluppo di metastasi) alla lectina, alla saponina e al beta carotene.

Per concludere si può tranquillamente affermare che le lenticchie, oltre che essere buone e versatili nella preparazione di numerose pietanze, grazie alle loro caratteristiche organolettiche, al contenuto di microelementi e di componenti bioattivi, rappresentano un alleato strategico nella cura e nella prevenzione di numerose e importanti patologie

Buone dieta a tutti… con le lenticchie

Dott. Pablo Belfiori