Monthly Archive for Aprile 2013

Pancia e trigliceridi: un legame inscindibile

I trigliceridi sono una categoria di grassi presenti nel sangue che è importante tenere sotto controllo per la loro dimostrata capacità di promuovere l’aterosclerosi, le patologie cardiovascolari (infarto e ictus) e il diabete . Sono formati da una molecola di glicerolo unita a tre acidi grassi e si differenziano in base alla loro lunghezza e ai legami esistenti tra gli stessi acidi grassi (saturi, monoinsaturi e polinsaturi).

Nel nostro organismo rappresentano i principali costituenti della massa grassa e vengono immagazzinati all’interno degli adipociti (cellule del tessuto adiposo). Hanno molteplici funzioni tra cui le più importanti sono quella di fornirci energie e quella di costituire il pannicolo adiposo “coibentante” per il mantenimento della giusta temperatura corporea.

Durante i pasti i grassi contenuti negli alimenti vengono digeriti e assorbiti a livello intestinale ma poiché non possono essere trasportati nel torrente circolatorio come tali (non sono idrosolubili e non possono quindi mescolarsi in un ambiente acquoso come è il sangue) vengono inglobati in strutture di trasporto che si chiamano chilomicroni. Attraverso questi organuli i grassi raggiungono i tessuti che li immagazzinano sotto forma di tessuto adiposo. Il nostro organismo è anche in grado di sintetizzare trigliceridi a livello epatico utilizzando come fonte per la produzione altre sostanze (aminoacidi e glucosio). Dopo la sintesi epatica i trigliceridi neo-prodotti vengono trasportati in circolo legati a delle lipoproteine di trasporto che si chiamano VLDL (very low density lipoprotein) simili ai chilomicroni ma più piccoli e carichi inoltre di colesterolo e proteine. Una volta entrate in circolo le VLDL cedono ai tessuti periferici la gran parte dei trigliceridi e si trasformano a livello epatico in IDL e poi in LDL che saranno più povere di trigliceridi e più ricche di colesterolo.

In definitiva i trigliceridi circolanti dipendono in prima battuta dalla quantità di grassi assunti con la dieta e dalla velocità con cui vengono utilizzati per scopi energetici (il che spiega la minor concentrazione di trigliceridi nelle persone che fanno attività fisica regolare) e in seconda battuta dalla quantità di trigliceridi che vengono neo-prodotti a livello epatico a partire principalmente dai carboidrati; ecco perché una dieta ricca di zuccheri comporta un incremento dei trigliceridi circolanti.

Per misurare la trigliceridemia basta fare un semplice esame del sangue ma è importante, così come avviene per la misurazione della glicemia, che il prelievo venga effettuato dopo un digiuno di almeno 12 ore astenendosi inoltre dall’assunzione di alcolici (vino, birra e ancor di più superalcolici) per almeno 24 ore. In generale il dosaggio dei trigliceridi è affiancato a quello del colesterolo totale e del colesterolo HDL; i tre valori permettono di studiare il cosiddetto “assetto lipidico”. Il colesterolo LDL, definito spesso come colesterolo cattivo, viene in genere calcolato a partire dal colesterolo totale meno la somma delle HDL più un quinto dei trigliceridi. La concentrazione dei trigliceridi circolanti non deve superare i 200 mg/dl, valori maggiori sono indicativi di uno stato patologico che, nella maggior parte dei casi, può essere risolto attraverso una dieta equilibrata e un’adeguata attività fisica.

Nella maggior parte dei casi l’ipertrigliceridemia è associata al sovrappeso e la diminuzione del grasso corporeo si associa alla diminuzione dei trigliceridi circolanti (spesso questa relazione peso/trigliceridemia non è altrettanto vera per il colesterolo); quando invece i trigliceridi sono alti in soggetti normopeso che svolgono regolare attività fisica l’origine dell’ipertrigliceridemia è probabilmente di origine genetica. In entrambi i casi può risultare utile, a fianco ad una dieta adeguata, l’uso di farmaci.

Per quanto riguarda lo stile di vita le regole sono poche e semplici:

  1. Ridurre l’apporto calorico
  2. Limitare l’assunzione di grassi saturi di origine animale e assumere almeno 2-3 volte alla settimana pesce e 2 volte legumi in sostituzione delle proteine animali.
  3. Limitare l’assunzione di dolci e di frutta zuccherina (banane, uva, fichi, cachi, mandarini)
  4. Evitare l’assunzione di alcolici
  5. Aumentare il consumo di acidi grassi monoinsaturi (olio d’oliva e frutta secca)
  6. Aumentare i consumo di verdure ricche di fibra
  7. Evitare il consumo di acidi grassi idrogenati (margarina e merendine varie)
  8. Svolgere una attività fisica quotidiana per almeno 30 minuti o almeno per 3 giorni alla settimana per 60 min.

Per quanto riguarda la terapia farmacologica le strategie possono essere differenti. Le sostanze che ci permettono di ridurre i livelli circolanti di trigliceridi sono:

  • I fibrati: che riducono la concentrazione dei trigliceridi sierici.
  • Le statine: utili soprattutto per ridurre le concentrazioni di colesterolo ma attive anche sui trigliceridi.
  • I composti degli acidi Omega 3: molto utili anche per ridurre i rischi associati all’ipertrigliceridemia (pancreatite).

Buona dieta a tutti

Dott. Pablo Belfiori

La bistecca e il rischio cardiovascolare: novità sul fronte

Le carni rosse sono da tempo nel mirino dei ricercatori che hanno dimostrato negli anni passati una stretta correlazione tra l’elevato consumo di questi alimenti e il rischio cardiovascolare. I maggiori responsabili di questa associazione sono innanzitutto il colesterolo e gli acidi grassi saturi, di cui le carni rosse sono più ricche rispetto alle carni bianche, il maggior consumo di sale legato alla preparazione di questi alimenti e i metodi di preparazione che espongono il nostro organismo a sostanze nocive che si producono durante la cottura su grill o brace. Queste associazioni tuttavia, seppur vere e dimostrate, hanno sempre avuto un debole legame di causalità e non sono mai apparsi correlati in modo inequivocabile con l’aumentato rischio cardiovascolare.

Oggi, grazie alle ricerche effettuate da Stanley Haze della Cleveland Clinic Foudation, si sa qualcosa in più. Le ricerche effettuate dal dott. Haze e dai suoi collaboratori hanno messo in luce una correlazione tra l’elevata assunzione di carnitina, di cui sono ricche le carni rosse ma che spesso è presente anche nelle bevande energizzanti e negli integratori per gli sportivi, e la comparsa di aterosclerosi. I ricercatori hanno dimostrato che i batteri presenti nel nostro intestino metabolizzano la carnitina trasformandola in trimetilamina-N-Ossido (TMAO), questa sostanza a sua volta si è dimostrata capace di promuovere l’aterosclerosi. Con questa ricerca hanno anche dimostrato che una dieta ricca di carnitina stimola la crescita dei batteri responsabili del catabolismo della carnitina stessa. In pratica se mangiamo troppo spesso carni rosse non solo aumenteremo la quantità di carnitina ingerita ma, stimolando la crescita dei batteri responsabili del metabolismo della carnitina stessa, diventeremo capaci di produrre maggiori quantità di TMAO.

Nella ricerca, in cui sono state arruolate più di 2500 persone, si è cercata una correlazione tra i livelli di carnitina e TMAO e la presenza di aterosclerosi nei soggetti onnivori, nei vegetariani e nei vegani.  I ricercatori hanno scoperto che i pazienti che assumono maggiori quantità di carnitina hanno un rischio maggiore di sviluppare malattie cardiovascolari (infarti e ictus) se contemporaneamente è presente un incremento della concentrazione di TMAO. Hanno anche scoperto che i soggetti in cui la produzione di TMAO era maggiore presentavano, a livello intestinale, una spiccata proliferazione di quei batteri responsabili del metabolismo della carnitina. Gli stessi batteri risultano scarsamente presenti nell’intestino dei soggetti vegetariani e vegani cosicché questi ultimi, anche se esposti occasionalmente ad elevate concentrazioni di carnitina, non producono significative quantità di TMAO. L’insieme di microorganismi che vivono in simbiosi nel tratto gastrointestinale (microbiota) può variare in funzione di numerosi fattori tra cui i più importanti sono relativi alle abitudini alimentari e alle terapie farmacologiche; in funzione delle necessità metaboliche può modificarsi e adattarsi rendendoci capaci di gestire in modo differente i metaboliti con i quali entra in contatto. I vegetariani e i vegani, che ingeriscono minori quantità di carnitina e quindi stimolano in misura minore la proliferazione dei batteri deputati al suo metabolismo, hanno una minore capacità di sintetizzare TMAO a partire dalla carnitina e questo spiegherebbe in parte i benefici cardiovascolari che questi regimi alimentari hanno dimostrato di avere.

Anche la cronica esposizione alla carnitina presente in alcune bevande energizzanti e in alcuni integratori per lo sport per potrebbe avere, nel tempo, la capacità di stimolare la crescita dei batteri responsabili della sua conversione in TMAO: è quindi preferibile evitare l’uso, ma soprattutto l’abuso, di queste sostanze.

Dott. Pablo Belfiori

Dolcificare o zuccherare? Questo è il dilemma!

Oggi cercherò di spiegarvi che differenza c’è tra gli zuccheri e i dolcificanti, analizzando in modo semplice quali sono i benefici e i rischi correlati agli uni e agli altri.

Per semplificazione gli zuccheri hanno potere calorico, cioè apportano energie, e in media un grammo di questi fornisce 4 Kcal, i dolcificanti sono invece privi di potere calorico ma non per questo esenti da controindicazioni.

La classificazione più utile dal punto di vista scientifico è quella che distingue i dolcificanti in naturali e sintetici:

I dolcificanti naturali più diffusi sono il glucosio, il saccarosio (zucchero comune), il fruttosio, il miele, lo stevioside, il lattosio, lo xilitosio, il mannitolo e il sorbitolo.

I dolcificanti di sintesi più diffusi sono l’aspartame, la saccarina, il sucralosio, il ciclammato e l’acesulfame.

Visto il numero degli elementi e le caratteristiche peculiari di ciascuno credo che sia opportuno, in questa sede, analizzarne solo alcuni.

Il Saccarosio: comune zucchero da cucina, è un disaccaride composto da glucosio e fruttosio (che sono monosaccaridi). Può derivare dalla barbabietola da zucchero (zucchero bianco) o dalla canna da zucchero (zuccero di canna) ed è inoltre presente naturalmente in numerosi alimenti come ad esempio la frutta. È il leader indiscusso nel panorama dei dolcificanti per il suo sapore e per il basso costo di produzione. Una volta ingerito viene scomposto nei suoi due costituenti, glucosio e fruttosio, che vengono assorbiti a livello dell’intestino tenue e immessi nel torrente circolatorio. Il glucosio determina un innalzamento della glicemia che a sua volta determina un aumento dell’insulinemia (l’insulina è essenziale per consentire alle cellule di trasportare dentro il citoplasma il glucosio che poi viene usato come fonte energetica per ogni lavoro metabolico) mentre il fruttosio induce una risposta insulinica meno spiccata.

Effetti collaterali: il saccarosio ha un elevato indice glicemico (fa cioè alzare la glicemia in tempi brevi) ed è quindi sconsigliato in caso di diabete o di ridotta tolleranza ai carboidrati, ha potere cariogeno (fa nascere e progredire la carie dentale) ed è responsabile, se assunto in quantità eccessiva, di far aumentare le scorte di tessuto adiposo.

Consigli: Gli unici momenti della giornata in cui è possibile assumere zucchero senza averne grossi svantaggi sono la mattina al risveglio (poiché durante la notte il nostro cervello consuma le scorte epatiche di zucchero al mattino gli zuccheri ingeriti finiranno per ripristinare i depositi) e, sempre con moderazione, a fine pasto (assumendo zucchero a stomaco pieno si limita la capacità che l’intestino avrà di assorbirlo).

Lo zucchero di canna va distinto dallo zucchero grezzo che spesso è semplicemente saccarosio colorato con melassa o caramello per assumere un colorito più bruno. Il vero zucchero di canna è meno raffinato a livello industriale e per questo motivo mantiene inalterate le sue caratteristiche organolettiche (sali minerali e vitamine) e apporta un minore quantità di calorie. Per distinguere lo zucchero di canna da quello grezzo basterà controllarne i grani, nel primo sono più irregolari per forma e colore, nel secondo avranno tutti la stessa dimensione e lo stesso colore… non fatevi ingannare dalle apparenze.

L’aspartame: è il più diffuso dolcificante sintetico, presente in quasi tutte le sostanze light. Da anni è al centro di numerose polemiche che hanno spinto i ricercatori ad approfondire i rischi correlati all’uso di questa molecola. La comunità scientifica ha stabilito che, rispettando i protocolli sperimentali sulle cavie, non c’è alcun rischio per l’uomo di contrarre patologie a causa dell’assunzione di quantità, anche elevate, di aspartame. Altri istituti di ricerca hanno dimostrato che il rischio esiste anche per concentrazioni minori rispetto a quelle considerate sicure. Questa discrepanza apparentemente inspiegabile deriva dal fatto che i protocolli sperimentali prevedono che la somministrazione della molecola da testare avvenga su cavie che abbiano compiuto un anno di vita e si protragga per un anno, dopo questa data le cavie (che hanno quindi 2 anni) dovrebbero essere studiate. Altri ricercatori hanno somministrato l’aspartame per tutta la durata della vita delle cavie (dalla nascita alla morte naturale) scoprendo che anche a bassi dosaggi l’aspartame si correlava con il rischio di tumori cerebrali. Reinterpretando i dati potremmo dire che assumendo aspartame dai 25 anni ai 50 anni non dovremmo correre alcun rischio di sviluppare un tumore… se però avessimo la velleità di vivere oltre i 50 anni o cominciassimo ad assumere aspartame prima dei 25 anni… il rischio diventa reale…

Effetti collaterali: oltre al già citato rischio cancerogeno bisogna prendere in considerazione il fatto che assumere alimenti dolcificati può ingannare il nostro cervello che pur percependo l’arrivo di sostanze dolci non trova riscontro dal punto di vista glicemico; questo fenomeno, poiché associato ad una mancata reazione di “soddisfazione” che avrebbe diminuito il senso di fame, ci spingerà a mangiare ancora…

Consigli: Evitate di assumere aspartame e utilizzate altri dolcificanti come ad esempio la saccarina

Lo Stevioside: è un dolcificante estratto dalla pianta della stevia, è quindi un dolcificante naturale. Non presenta grosse controindicazioni, non da calorie, ha un potere dolcificante 300 volte superiore a quello del saccarosio ma non influenza la produzione dell’insulina. È stata reintrodotta recentemente nel commercio europeo (precedenti ricerche, oggi screditate, l’avevano vista coinvolta nella comparsa di tumori vescicali), presto diventerà il dolcificante più utilizzato e andrà a sostituire l’aspartame in moltissimi prodotti.

Controindicazioni: in alcuni rari casi può provocare reazioni allergiche, può far abbassare la pressione (il che può anche essere considerato un beneficio per chi ha la pressione alta) e può provocare distensione addominale.

Consigli: Se avete la necessità di utilizzare un dolcificante ipocalorico e volete evitare di assumere un prodotto di sintesi scegliete lo stevioside.

Per concludere la scelta tra lo zucchero semplice, il dolcificante sintetico e il dolcificante naturale deve essere ponderata e oggi avete qualche strumento in più per prendere la vostra decisione.

Pablo Belfiori