Monthly Archive for Marzo 2013

Il ferro: la chiave per ritrovare le energie.

Oggi parleremo dell’anemia cercando di capire insieme cosa vuol dire essere anemici, quali tipi di anemia esistono, come si diagnosticano, quali sono i sintomi e cosa possiamo fare dal punto di vista alimentare per stare meglio.
Si dice che una persona è anemica quando la quantità di emoglobina circolante nel sangue, all’interno dei globuli rossi, è inferiore a determinati valori di normalità. Si parla di anemia lieve quando l’emoglobina ha concentrazioni inferiori a 12 g/dl, diventa moderata per valori inferiori 10 g/dl e grave per valori inferiori a 8 g/dl (nella realtà le concentrazioni di riferimento sono soggette a variazioni in relazione al sesso, all’età e durante la gravidanza). L’anemia non dipende quindi dal numero di globuli rossi presenti nell’emocromo (esame di riferimento per studiare l’anemia) o dalle loro dimensioni, anche se queste ultime spesso sono indicative di una minor produzione di emoglobina (microcitosi), ma essenzialmente dipende dalla quantità di emoglobina presente negli eritrociti.
L’emoglobina è una proteina che ha la capacità di legare l’ossigeno a livello polmonare per poi cederlo perifericamente ai tessuti; la sua efficacia nel trasportare l’ossigeno agli organi dipende dal ferro contenuto all’interno dei gruppi “eme” della proteina. Nella maggioranza dei casi è proprio il Fe che, se carente, è responsabile della forma anemica più frequente (anemia sideropenica).
I fattori che intervengono nella formazione dell’emoglobina e nella sua concentrazione all’interno dei globuli rossi sono numerosi, i più importanti sono:
L’eritropoietina: è un’ormone prodotto prevalentemente dai reni che regola l’eritropoiesi (produzione di globuli rossi da parte del midollo osseo).
Il Ferro: è un minerale essenziale per la funzione dell’emoglobina; per produrre nuove molecole di emoglobina l’organismo utilizza in parte il Fe contenuto nei depositi organici (ferritina nel fegato, nella milza e nei muscoli) e in parte il Fe che ricava dagli alimenti. L’acido folico e la vitamina B12: entrambe queste vitamine sono essenziali per la replicazione cellulare e fondamentali per la produzione di nuove pareti cellulari.

Le cause di anemia possono quindi essere dovute a svariati fattori:

1)  Scarsa produzione di eritropoietina (come avviene in caso di insufficienza renale)

2)  Ridotta eritrocitogenesi (minore produzione di globuli rossi per carenza di vitamina B12o acido folico)

3)  Ridotta sintesi di emoglobina (per carenza di ferro o per talassemia)

4)  Ridotta sopravvivenza dei globuli rossi (emolisi e alterazioni eritrocitarie)

5)  Perdita di globuli rossi ed emoglobina dovute a perdite ematiche che possono essereacute per traumi emorragici o croniche per stillicidi da varici, ragadi, emorroidi o anche per abbondanti cicli mestruali)

In relazione alle caratteristiche morfologiche dei globuli rossi possiamo anche distinguere le anemie in:

1)  Anemia Microcitica: per carenza di ferro o in presenza di patologie genetiche che interessano la produzione dell’emoglobina (come ad esempio avviene nella talassemia) il nostro organismo produrrà una quantità di emoglobina minore e quindi i globuli rossi saranno più piccoli e meno “colorati” (si parla anche di ipocromia)

2)  Anemia Normocitica: per emolisi, patologie croniche, sferocitosi ereditaria (in questo caso i globuli rossi assumono una forma sferica, mentre nella normalità la forma è discoidale: Questo comporta la cattura e la conseguente distruzione dei globuli rossi da parte della milza)

3)  Anemia Macrocitica: per carenza di vitamina B12 o acido folico l’organismo non è capace di produrre una sufficiente quantità di pareti cellulari e quindi l’emoglobina verrà

concentrata in un minor numero di eritrociti che avranno di conseguenza un maggior volume (macrociti = cellule grandi)

I sintomi dell’anemia (dovuti alla ridotta ossigenazione dei tessuti) sono:
a) Astenia: minore forza muscolare, stanchezza e facile affaticamento.
b) Dispnea: fiato corto, difficoltà respiratorie
c) Pallore: la pelle ha un colorito più tenue,le mucose appaiono meno vascolarizzate

La terapia delle anemie deve essere orientata a risolvere i fattori che l’hanno determinata. L’approccio deve essere di tipo farmacologico o trasfusionale per i casi più gravi e di tipo alimentare e/o con integratori in caso di carenze più moderate o lievi.
Se la causa dell’anemia è data da una carenza vitaminica la soluzione più semplice e immediata è la somministrazione di integratori alimentari che forniscano al nostro organismo un supporto in questo senso. Tipico è il caso delle donne in gravidanza che, come è noto, traggono dalla supplementazione vitaminica notevoli vantaggi sia per il loro benessere che per la sana crescita del loro bambino.

Quando l’anemia è causata da una carenza marziale (poco ferro) l’approccio dovrà essere principalmente di tipo alimentare e nei casi più importanti potrà essere anche necessaria una supplementazione con integratori ricchi di Ferro.
Gli alimenti che forniscono le maggiori quantità di ferro sono:

1)  Di origine animale (carne, pesce, mitili). La capacità di assorbire ed utilizzare il Fe contenuto in questi alimenti è favorita, rispetto agli alimenti di origine vegetale, dal fatto che la struttura chimica del Fe fornito è uguale (si tratta di ferro “eme”) a quello utilizzato dalle nostre cellule.

2)  Di origine vegetale (legumi, cereali, frutta secca, ma anche verdure come il cavolo, la cicoria, il radicchio, la rucola). Questi alimenti apportano ferro “non eme” che ha cioè una forma chimica diversa e risulta più difficile da assorbire e utilizzare. Per favorire l’assorbimento del Fe contenuto in questi alimenti è molto utile assumere in corrispondenza dei pasti principale la vitamina C che possiamo ricavare in quantità sufficiente da agrumi, kiwi, uva, peperoni e prezzemolo. In alternativa potremmo acquistare in farmacia degli integratori di Vit. C che andranno assunti durante i pasti principali.

Esisto anche degli alimenti che possono limitare l’assorbimento del ferro e che dovrebbero quindi essere evitati in caso di carenza: le uova, la crusca, le verdure ricche di fitati come gli spinaci, il tè e il caffè (questi ultimi possono ridurre l’assorbimento in modo molto marcato)

In certi casi per risolvere l’anemia sideropenica (da carenza di ferro), quando questa non venga efficacemente contrastata dall’aumentata assunzione di ferro e vit. C (alimentare o da integratori), può essere utile la somministrazione di lattoferrina che regola l’omeostasi del ferro e consente un reintegro adeguato di questo minerale.

Per concludere, in presenza dei sintomi citati, accertata la presenza di anemia con un emocromo ed esclusa la necessità di dover intervenire in modo farmacologico o trasfusionale, vi consiglio di rivolgervi ad un medico specialista in scienza dell’alimentazione che, consigliandovi le giuste strategie alimentari, vi permetterà di recuperare le forze.

Dott. Pablo Belfiori

Il tè verde: elisir di salute

Il te verde è una bevanda di origine cinese, molto diffusa soprattutto in oriente, composta esclusivamente da foglie di Camelia sinensis non sottoposte ad ossidazione durante le fasi di lavorazione. Il metodo migliore per ottenere un buon tè verde è quello dell’infusione:

Si pone un cucchiaino di the essiccato sul fondo della tazza e vi si aggiunge acqua non bollente (80°) e dopo circa tre minuti lo si può filtrare e bere con o senza l’aggiunta di miele o zucchero e rigorosamente senza latte (poiché la caseina può neutralizzare l’azione benefica delle sostanze antiossidanti contenute nel tè)

A questo punto vi domanderete: “perché il dott. Belfiori ci spiega come preparare una tazza di te verde?”… la risposta è molto semplice: il tè verde può salvarvi la vita!

Le sostanze contenute nel te verde, come dimostrato da numerosi studi scientifici, si sono dimostrate capaci di avere effetti protettivi nei confronti di patologie tumorali, cardiocircolatorie, nella prevenzione di ictus e altre patologie.

a)    In primo luogo il tè verde è ricco di elementi antiossidanti (flavonoidi) tra i quali il più rappresentato è la epigallocatechina gallato (EGCG): questa catechina ha la capacità di inibire la crescita, la proliferazione e la diffusione delle cellule tumorali. A dimostrazione della sua efficacia in questo senso basta pensare ad un fenomeno paradosso che si registra tra i giapponesi (grandi bevitori di tè) che pur essendo tra le popolazioni più inclini al fumo di sigaretta hanno una minore incidenza di tumori polmonari rispetto a popolazioni più virtuose (dove la percentuale di fumatori è minore).

b)   Esiste anche un’associazione tra il consumo di tè verde e le patologie cardiovascolari; si sa che l’EGCG ha la capacità di ridurre le concentrazioni circolanti di colesterolo LDL e Trigliceridi esplicando quindi un effetto protettivo sul sistema cardiocircolatorio. La presenza di queste sostanze antiossidanti ha inoltre un impatto positivo sull’ossidazione delle LDL che appresenta il primum movens nella formazione delle placche ateromasiche.

c)     Infine, da una ricerca pubblicata qualche giorno fa, dei ricercatori giapponesi hanno osservato  che il tè verde e il caffè, specialmente se entrambi presenti nella dieta, possono ridurre del 20% il rischio di avere un ictus. Sono state interrogate, in relazione al loro consumo abituale di tè e caffè, e poi seguite per i 13 anni successivi, più di 80000 persone e i dati emersi indicano che:

1)    Le persone che nella loro vita hanno bevuto almeno una tazza di caffè al giorno hanno un rischio di ictus inferiore del 20% rispetto a chi non beve caffè.

2)    Le persone che hanno bevuto 2 o 3 tazze di tè verde al giorno hanno un rischio di ictus del 14% più basso, mentre chi ne ha bevuto 4 arriva al 20%

3)     Le persone che nella loro vita hanno bevuto una tazza di caffè o due tazze di tè verde al giorno hanno un rischio de 32% inferiore di avere ictus emorragico (che è una tipologia di ictus causato dalla rottura di un vaso nella compagine cerebrale).

Il tè verde contiene inoltre caffeina, teobromina e teofillina che sono metilxantine (contenute anche nel caffè) che hanno la capacità di agire sul metabolismo stimolando la lipolisi e aumentando il metabolismo (hanno quindi un blando effetto dimagrante). Bisogna però fare attenzione all’effetto eccitante che ne può derivare e per il quale è consigliabile evitare il consumo di tè verde e di caffè durante la sera.

In conclusione per la facilità con cui si può reperire e preparare una tazza di tè verde e in funzione dei molteplici effetti preventivi e curativi che questa bevanda esplica, mi sembra opportuno suggerirvi di introdurla nelle vostre abitudini quotidiane.

Dott. Pablo Belfiori

Il pantofolaio: una vita spericolata!

Le persone sedentarie in sovrappeso vivono una vita pericolosa: studi epidemiologici stimano che circa l’80% delle malattie più comuni sono legate al sovrappeso e all’obesità grave associati ad uno stile di vita sedentario. Le persone obese hanno un rischio maggiore di sviluppare malattie cardiovascolari, ipertensione, diabete e cancro. Questo riduce la loro aspettativa di vita ma la perdita di peso e l’attività fisica regolare contrasto questo rischio.

I tumori sono la seconda causa di morte in assoluto sia in Italia che nel resto del mondo. Negli ultimi anni, a fronte di un’aumentata incidenza di tumori, si è riscontrato un miglioramento della sopravvivenza dovuto non solo agli approcci terapeutici più mirati ma anche alla maggiore attenzione data agli aspetti nutrizionali.

Le patologie tumorali, tristemente note a noi tutti, hanno molto a che fare con il cibo sia perché, in una percentuale elevata di casi (20-50%), l’alimentazione è responsabile dello sviluppo di tumori, sia perché con l’alimentazione possiamo curare, o almeno tentare di curare, le persone affette da questo male.

Esiste un’associazione diretta tra il sovrappeso/obesità e tre tipi di tumori che interessano:

1)   Le vie biliari o la colecisti

2)   L’endometrio

3)   La Mammella (post menopausa)

Per i primi due tipi di tumore il rischio relativo di ammalarsi per le persone obese è di 5 volte superiore rispetto ai normopeso (l’obesità è un fattore di rischio per lo sviluppo di calcolosi biliare che è fortemente associata al tumore alla colecisti e alle vie biliari) mentre per il tumore alla mammella e all’endometrio il rischio relativo è del 30-50% superiore (la base è di tipo ormonale in relazione alla maggiore concentrazione e biodisponibilità degli estrogeni prodotti dal tessuto adiposo nei soggetti obesi).

Il legame tra peso corporeo, stile di vita e il rischio di sviluppare tumori e altre malattie croniche non è ancora chiarito in ogni dettaglio ma i cambiamenti dal punto di vita ormonale sono ritenuti i maggiori colpevoli di questi processi. Il tessuto adiposo produce vari ormoni che hanno un grande impatto sul metabolismo, tra questi i due più importanti sono l’adiponectina (prodotta in misura ridotta nei soggetti obesi) e la leptina, che può promuovere la crescita di cellule tumorali.

L’adiponectina è un ormone prodotto dal tessuto adiposo le cui concentrazioni sono inversamente correlate con la percentuale di grasso corporeo (più grasso c’è meno adiponectina viene prodotta). Quest’ormone ha proprietà antiaterogeniche e antiinfiammatorie, che risultano protettive nei confronti delle patologie cardiovascolari, inoltre riduce la gluconeogenesi (neo-produzione di zucchero da parte del fegato) e migliora la sensibilità all’insulina il che ha un effetto positivo nei confronti del rischio di sviluppare una resistenza all’insulina e/o il diabete.

La leptina è un ormone proteico prodotto prevalentemente nel tessuto adiposo che gioca un ruolo fondamentale nella regolazione del metabolismo, ha un effetto anoressizzante (diminuzione dell’appetito) ed è inoltre implicata nello sviluppo e nella progressione dei tumori (specialmente a carico della mammella). In questo caso la concentrazione di ormone circolante è direttamente proporzionale con la massa grassa corporea (più grasso c’è più leptina viene prodotta) ma nelle persone obese la sensibilità all’azione della leptina risulta ridotta e i suoi effetti sul metabolismo e sull’appetito alterati.

La perdita di peso associata all’esercizio fisico ha dimostrato di avere il duplice effetto di aumentare la produzione di adiponectina e di ridurre i livelli circolanti di leptina con benefici sia sul piano cardiocircolatorio, infiammatorio e metabolico che nei confronti del rischio di sviluppare tumori.

Anche alla base dell’associazione tra sovrappeso e tumore alla prostata è rintracciabile un meccanismo ormonale ed è inoltre possibile che l’obesità aumenti il rischio di sviluppare tumori all’intestino. Per quanto riguarda il tumore al colon-retto si è visto che una dieta ricca di grassi può aumentare il rischio per l’elevata sintesi ed escrezione di colesterolo e acidi biliari che, a loro volta, vengono convertiti dai batteri intestinali residenti in acidi e sali biliari secondari che possono promuovere il processo di cancerogenesi.

Nella maggior parte dei pazienti malati si verifica un calo ponderale che in genere è severo (> 10%) e precoce (6 mesi precedenti alla diagnosi). I tumori più spesso associati alla riduzione del peso corporeo sono quelli a carico del pancreas e dello stomaco. Circa un quarto dei pazienti malati di tumore va incontro alla sindrome anoressia-cachessia che è frequentemente causa del decesso. La diagnosi di cachessia, rispetto alla malnutrizione, è caratterizzata da una spiccata deplezione muscolare (le masse muscolari vengono consumate) non reversibile con la terapia nutrizionale, alla base della quale vi sono molteplici alterazioni metaboliche quali la resistenza insulinica, l’aumento della lipolisi, l’aumento del turnover proteico (ricambio delle proteine) con perdita di massa magra e l’infiammazione generalizzata.

L’alimentazione, oltre ad avere implicazioni di tipo negativo, ha anche un ruolo protettivo nei confronti di numerose patologie tumorali. Diversi studi hanno osservato come la mortalità per alcuni tumori, tra cui quello all’esofago, stomaco e intestino, fosse più alto dove minore era il consumo di frutta e verdura, mentre le popolazioni con una dieta generalmente ricca di proteine e grassi tendevano ad avere alti tassi di tumori intestinali, mammari e del corpo uterino.

Il consumo quotidiano di verdure e frutta fresca, la riduzione di grassi saturi e proteine animali, la diminuzione del peso corporeo (per i soggetti in sovrappeso o obesi) associati ad una moderata attività fisica (protratta per almeno 45 minuti tre volte alla settimana) risultano protettivi nei confronti della maggior parte dei tumori…

Dott. Pablo Belfiori

Pillole di felicità… effimera

A tutti è capitato, e il fenomeno non accenna a diminuire, di imbattersi in prodotti commerciali che promettono facili dimagramenti e incredibili risultati estetici attraverso la semplice assunzione di capsule, pastiglie, intrugli o creme. Siamo costantemente bombardati attraverso pubblicità in televisione, espositori in farmacia o nei supermercati, da messaggi che tentano di farci intraprendere questa scorciatoia che, in realtà, è la strada più breve per trovarsi più leggeri dal punto di vista economico ma certo non dal punto di vista corporeo. Questi “integratori” da banco, quindi liberi dalla prescrizione medica, si differenziano in tre differenti categorie a seconda del meccanismo d’azione:

1)    Diminuzione del senso di fame

2)    Accelerazione del metabolismo

3)    Riduzione dell’assorbimento parziale di grassi o zuccheri

Vediamo nel particolare le tre tipologie

Riduzione del senso di fame: Di solito le sostanze che agiscono in questa  direzione si comportano come spugne che rigonfiandosi di acqua danno un senso di pienezza e diminuiscono l’assorbimento dei nutrienti. Fanno parte di questa categoria il chitosano, che è una sostanza ottenuta dalla chitina che costituisce l’esoscheletro dei crostacei (risulta quindi controindicata per le persone che sono allergiche ai crostacei o che hanno una intolleranza alle sostanze ricche di istamina), il guar, che è una fibra estratta dalla macinazione dei semi del guar (pianta erbacea delle leguminose) il cui costituente principale è un galattomannano caratterizzato da una spiccata viscosità e dalla capacità di legarsi agli alimenti modulandone l’assorbimento, il glucomannano che, in modo simile al galattomannano, ha effetti addensanti e altri con analoghi meccanismi d’azione. L’uso prolungato di questa sostanze può causare problemi intestinali (flatulenza), gastrici (nausea) e in breve tempo l’efficacia scompare per meccanismi di assuefazione e adattamento.

Accelerazione del metabolismo: L’obbiettivo di questi integratori è quello di far innalzare la temperatura corporea e di indurre una attivazione della tiroide. In questa categoria spicca il fucus (alga delle famiglia delle Fucacee) che essendo ricco di iodio è capace di stimolare la tiroide nei pazienti con ipotiroidismo da carenza. Risulta quindi inutile nei casi in cui il sovrappeso è indipendente dalla funzionalità tiroidea. Anche in questo caso l’efficacia ha breve durata per meccanismi di assuefazione. Esistono altre sostanze che hanno effetti analoghi sul metabolismo come ad esempio la caffeina.

Riduzione dell’assorbimento di grassi o zuccheri: In questa categoria rientrano numerose molecole tra cui la faseolamina (estratto del fagiolo che proprietà ipoglicemizzanti) che agisce inibendo l’alfa amilasi (enzima  pancreatico deputato alla digestione dell’amido) e limita il picco glicemico post prandiale, poliglucosamina che è una fibra indigeribile capace di legare grandi quantità di acqua e anche una certa percentuale di lipidi (che vengono inglobati e resi indisponibili all’assorbimento), la litramina (derivato del cactus) che lega anch’essa i grassi intestinali e ne limita l’assorbimento e altri composti con analoghe proprietà.

I motivi per cui l’uso di questi integratori, a mio avvisto, è relativamente utile sono molteplici ma le tre cose più importanti sono:

1)    Ogni ricerca effettuata su queste sostanze ha sortito effetti positivi nella riduzione del peso corporeo ma, nelle ricerche  stesse, gli integratori sono sempre stati associati ad una dieta ipocalorica e all’attività fisica; resta da chiarire se e quanto i risultati sono frutto dell’integratore o della dieta associata all’attività.

2)    Come già anticipato i tempi di assuefazione e di adattamento sono spesso molto rapidi e quindi, se da un lato possono aiutare anche dal punto di vista psicologico, dall’altro i loro vantaggi si esauriscono in breve tempo.

3)    Non insegnano nulla dal punto di vista alimentare, anzi. Se vengono assunti su prescrizione del dietologo, in pazienti che seguono delle regole dietetiche precise e corrette possono essere utili per dare un impulso aggiuntivo in certe fasi per percorso dimagrante ma se vengono utilizzate, come più spesso accade, da persone che se le autoprescrivono senza avere una dieta, illudendosi in questo modo di poter dimagrire più rapidamente, sono spesso causa di insuccesso e frustrazione.

In conclusione l’uso delle “pillole dimagranti” può risultare utile solo se queste sono associate ad una dieta ipocalorica equilibrata, alla pratica di una moderata attività fisica e, in ogni caso, anche se possono aiutare la loro efficacia si esaurirà in tempi brevi.

Purtroppo non esistono scorciatoie…

Dott. Pablo Belfiori